Narcostato o persecuzione? Per l’ONU il Venezuela non è un Paese produttore di cocaina
Con un’operazione senza precedenti negli ultimi decenni in America Latina, il presidente statunitense Donald Trump ha ordinato un attacco contro il Venezuela, facendo catturare il presidente Nicolás Maduro e sua moglie Cilia Flores e annunciandone il trasferimento fuori dal Paese.
Per la Casa Bianca, Maduro è un “latitante internazionale”, accusato di narcoterrorismo e indicato come il vertice di una rete criminale dedita al traffico di droga.
Secondo Washington, il presidente venezuelano avrebbe collaborato per anni con dissidenti delle Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia (FARC) per far arrivare cocaina negli Stati Uniti, utilizzando la droga come arma contro la sicurezza nazionale statunitense.
Le accuse si fondano su un’inchiesta federale del 2020, che ha portato all’emissione di un mandato di cattura e all’offerta di una taglia arrivata fino a 50 milioni di dollari.
Gli Stati Uniti sostengono inoltre che Maduro sia a capo del cosiddetto “Cartel de los Soles”, una presunta organizzazione che coinvolgerebbe settori delle forze armate venezuelane nel traffico di cocaina e fentanyl. Tuttavia, secondo numerosi analisti indipendenti, il Cartello dei Soli non esisterebbe come struttura gerarchica.
Si tratterebbe piuttosto di una rete diffusa di corruzione statale, priva di un comando unitario.
Trump ha poi indicato la gang “Tren de Aragua” come parte di una “guerra irregolare” contro gli Stati Uniti, sostenendo l’esistenza di un collegamento diretto con il governo venezuelano. Una tesi però smentita da un rapporto dell’Office of the Director of National Intelligence (ODNI), declassificato e reso pubblico nell’aprile scorso, secondo cui non esistono prove credibili di cooperazione o coordinamento tra Maduro e la gang, nata circa dieci anni fa all’interno del carcere di Tocorón, nello Stato venezuelano di Aragua.
Il governo di Caracas ha sempre respinto tutte le accuse, definendole un pretesto per giustificare sanzioni economiche, interventi militari e tentativi di cambio di regime. A rafforzare questa posizione è anche l’Ufficio delle Nazioni Unite contro la Droga e il Crimine (UNODC), secondo cui il Venezuela non è un Paese produttore né di cocaina né di fentanyl, ma al massimo un territorio di transito della coca.
La produzione mondiale di cocaina è infatti concentrata quasi interamente in Colombia, Perù e Bolivia. Nonostante tra settembre 2025 e gennaio 2026 gli Stati Uniti abbiano attaccato 36 imbarcazioni di presunti narcotrafficanti venezuelani, uccidendo oltre 115 persone, la maggior parte della cocaina consumata negli Stati Uniti continua a provenire dalla Colombia.
Il Venezuela rappresenta semmai un Paese di transito, peraltro soprattutto verso l’Europa.
Per quanto riguarda il fentanyl che arriva negli Stati Uniti, questo proviene in larga parte dal Messico, Paese che ha dichiarato pubblicamente di non avere alcuna prova di legami tra Maduro e i cartelli messicani, come quello di Sinaloa, respingendo le accuse avanzate da Washington.
Lo scontro è così entrato in una fase apertamente politica, giudiziaria e militare. L’incriminazione di Maduro e di sua moglie, avvenuta ieri da parte del Southern District di New York, richiama da vicino il caso dell’allora presidente panamense Manuel Noriega nel 1989.
Narcostato o persecuzione? A far propendere per la seconda ipotesi è anche la grazia concessa da Donald Trump, il 2 dicembre scorso, a Juan Orlando Hernández, ex presidente dell’Honduras, condannato nel marzo 2024 da una corte federale statunitense a 45 anni di carcere per aver favorito il traffico di centinaia di tonnellate di cocaina verso gli Stati Uniti e per altri gravi reati connessi.
Fonte: il manifesto



