Imbarazzo, disagio. Ma soprattutto silenzio. Uno sterminato silenzio circonda quello che doveva rappresentare – che certamente è stato – uno dei principali atout, un asso di briscola di Giorgia Meloni: il rapporto con gli Stati Uniti d’America, in particolare gli Stati Uniti di Donald Trump.
Per misurare il colossale abisso che è stato scavato in un solo anno, basterebbe forse solo ricordare che giusto dodici mesi fa, volando a Washington per il 20 gennaio 2025 all’Inauguration day, il giuramento di Donald Trump dove sarebbe stata l’unica leader europea presente nella Rotunda di Capitol Hill, seduta accanto al presidente argentino Javier Milei e plaudente il neopresidente statunitense intento ad auto-battezzarsi «pacificatore e unificatore», Giorgia Meloni suggeriva e faceva scrivere che all’Italia spettava il ruolo di «ponte» e che per Palazzo Chigi sognava nientemeno quello di «centralino telefonico dello Studio Ovale».
Parlava la premier addirittura di imminente «rincorsa» da parte degli altri leader europei (lei era quella avanti a tutti, come sempre), insisteva anche pubblicamente sull’«amicizia» con gli Stati Uniti «per far fronte a sfide globali e interconnesse» e sull’«alleanza» tra Usa e Ue, al punto che «dipingerli come nemici non regge».
Passato un anno, con tutto quello che è accaduto, dai dazi con umiliazione in Scozia di Ursula Von Der Leyen fino al pozzo già ampiamente senza fondo dell’aumento delle spese militari deciso a L’Aja che ha fra l’altro mandato in tilt i conti della Finanziaria appena chiusa, per non parlare di Groenlandia e Ucraina, risuona viva la domanda che quel giorno di gennaio 2025 le fece la segretaria del Pd Elly Schlein: «Meloni si è domandata perché al giuramento c’era solo lei? Sarà in grado di far rispettare gli interessi europei e italiani?».
Brutale la risposta arrivata dai fatti messi in fila negli ultimi giorni. Quando Trump, di ritorno dal Forum di Davos, ha sminuito e deriso il contributo militare e umano dei partner Nato (Italia compresa) in Afghanistan, Meloni aveva appena finito di auspicare per lui il Nobel per la pace (non bastando, evidentemente, la cessione della medaglia da parte della venezuelana Maria Machado).
E ci ha messo 36 ore, la premier, a definirsi «stupita» per le affermazioni «non accettabili» sui soldati italiani in Afghanistan, e a dire che l’«amicizia necessita rispetto» (sono le parole più dure da lei mai rivolte a Trump, secondo la velina di Palazzo Chigi).
«Metti la mano su una stufa per un minuto e ti sembrerà un’ora», diceva Albert Einstein per esemplificare la relatività del tempo. In quel breve lasso di 36 ore, mentre la presidente del Consiglio meditava la suddetta risposta di rupture, il premier inglese Keir Starmer aveva fatto in tempo a telefonare a Trump, prendere le distanze pubblicamente dal suo messaggio, a ottenere dal presidente americano un messaggio su Truth in cui definiva i soldati «inglesi tra i più grandi guerrieri del mondo».
Bene, in Italia si è atteso quietamente per giorni anche solo un decimo di quella reazione. Offrendo in cambio anche il silenzio della premier sull’omicidio dell’infermiere Alex Pretti, dopo quello già regalato per l’uccisione della poetessa Renee Nicole Good, per non parlare di rapimenti, deportazioni, violenze e delle altre brutali azioni dell’Ice (Immigration and customs enforcement).
Ma niente: né contatti informali, né correzioni, né precisazioni da Washington. Silenzio tombale dall’amministrazione statunitense, appunto. Uno stagno sul quale, passati ormai svariati giorni, a parte la lettera del ministro della Difesa Guido Crosetto indirizzata all’omologo americano, galleggiano come ninfee e rane le volenterose pezze d’emergenza messe dai più moderati fra gli alleati.
Quella del ministro degli Affari europei Tommaso Foti, che su QN ha parlato di «approccio molto duro e censurabile» da parte dell’Ice statunitense ma non si è spinto e neanche a parlare di svolta autoritaria perché, ha spiegato, «mi limito a osservare quel che accade».
Quella del ministro degli Esteri, Antonio Tajani, che si dice sicuro ci sia «consapevolezza degli eccessi anche nella Casa bianca» (e per quanto riguarda l’Afghanistan: «Non bisogna perdersi in un bicchier d’acqua»). Quella del leader di Noi Moderati Maurizio Lupi che, appurato il silenzio statunitense, ha provato a blindare come scelta anche il silenzio italiano: «Perché non si risponde ai bulli facendo i bulli». Mica bisogna inseguire Trump, ci mancherebbe.
Susanna Turco



