• Beewashing e biodiversità: la crescente attenzione verso le api mellifere ha favorito la diffusione di iniziative che non sempre incidono sulle reali cause della perdita di biodiversità e sulla salvaguardia degli ecosistemi.
• Evidenze scientifiche richiamano la necessità di un approccio sistemico: la proliferazione di iniziative a favore delle api di allevamento non aiuta la tutela degli impollinatori selvatici, i veri attori dell’impollinazione “naturale”, ma può anzi generare effetti ecologici negativi.
• Per le imprese, la tutela della biodiversità rappresenta una componente strutturale delle loro strategie ESG: la credibilità delle iniziative ambientali dipende dalla loro coerenza scientifica e dalla capacità di produrre impatti misurabili.
Nel mondo esistono oltre 20.000 specie di api1 e oltre 200.000 specie di impollinatori selvatici2 ma, nel dibattito pubblico e nelle strategie aziendali rivolte alla tutela di natura e biodiversità, l’attenzione è stata orientata quasi esclusivamente verso l’ape domestica (Apis mellifera). Si tratta di una specie allevata e gestita dall’uomo per l’importante produzione mellifera e per la ancor più importante impollinazione della colture alimentari, ma finora è stata invece impropriamente assolutizzata anche come strumento cardine per la salvaguardia della biodiversità e degli ecosistemi.
Rete Clima – ente tecnico attivo dal 2011 nello sviluppo di progetti ESG, di decarbonizzazione e di tutela della biodiversità – richiama l’attenzione sul rischio del “beewashing”, termine con cui la letteratura scientifica indica quelle iniziative pro-api mellifere che, pur dichiarando di sostenere la biodiversità, non intervengono invece sui fattori ecologici realmente determinanti per la salute e la qualità degli ecosistemi. La conservazione degli ecosistemi necessità infatti di un approccio molto più ampio che comprende la tutela degli habitat naturali, la rigenerazione dei territori e la garanzia di disponibilità di risorse per un alto numero di specie viventi che compongono gli ecosistemi stessi.
“La conservazione degli ecosistemi è un tema che non può essere affrontato attraverso semplificazioni o azioni isolate: il punto centrale non è aumentare il numero di alveari di api mellifere al presunto scopo di aumentare l’impollinazione naturale, e quindi tutelare gli ecosistemi, ma è invece quello di migliorare le condizioni ecologiche che consentono alle diverse specie di vivere e di prosperare dentro gli ecosistemi stessi”, dichiara Paolo Viganò, Fondatore di Rete Clima.
“La biodiversità e la biocomplessità rappresentano il presupposto di questo equilibrio: è la qualità degli habitat a determinare la resilienza degli impollinatori, specie quelli selvatici, e più in generale degli ecosistemi”.
Quando la sostenibilità diventa semplificazione: che cos’è il beewashing
Il termine “beewashing”, introdotto in ambito scientifico nel 2015, si riferisce a pratiche semplicistiche e iniziative che si presentano come azioni di tutela degli impollinatori a favore della biodiversità ma che invece non contribuiscono in modo significativo né alla conservazione delle specie impollinatrici selvatiche né al miglioramento degli ecosistemi.
Si tratta spesso di interventi che intercettano una sensibilità ambientale crescente ma che rischiano di tradursi in azioni isolate, prive di connessione con le reali dinamiche ecologiche e con la pur dichiarata tutela della biodiversità.
In questi casi il rischio principale non è soltanto l’efficacia limitata dell’intervento ma anche l’orientamento dell’attenzione pubblica e delle risorse verso soluzioni parziali, distogliendola da interventi strutturali come la tutela degli habitat, la diversificazione degli ecosistemi e la riduzione delle pressioni ambientali che incidono direttamente sulla biodiversità.
Gli effetti indiretti sulle specie selvatiche: un equilibrio ecologico più complesso
Le evidenze scientifiche mostrano che la gestione e la diffusione su larga scala di api mellifere possono generare effetti indiretti negativi sulle popolazioni selvatiche. Tra questi, uno dei più rilevanti è il fenomeno dello spillover di patogeni, ossia la trasmissione di agenti patogeni da specie allevate a specie selvatiche, già documentato in diversi contesti e considerato un fattore di rischio per alcune popolazioni di impollinatori selvatici.
A questo si aggiungono possibili dinamiche di competizione per le risorse floreali, in particolare in contesti caratterizzati da elevata concentrazione di alveari e da una limitata disponibilità di habitat idonei.
Si tratta di equilibri delicati che confermano come la conservazione degli impollinatori, in modo particolare quelli selvatici che sono realmente al centro dell’impollinazione naturale, non possa essere ricondotta a un singolo intervento ma richieda invece una visione sistemica, orientata alla qualità degli ecosistemi.
Biodiversità come infrastruttura ecologica: il presupposto della resilienza
La presenza di habitat diversificati, la continuità ecologica e la disponibilità di risorse trofiche rappresentano le condizioni che consentono alle diverse specie di coesistere e svolgere le proprie funzioni ecologiche. Questo vale anche per le api, ovviamente, che devono essere considerate come parte degli ecosistemi e non come loro “salvatrici”.
In questo senso, la biodiversità non è soltanto un obiettivo di conservazione ma è una vera e propria infrastruttura naturale, essenziale per la stabilità degli ecosistemi, per la sicurezza alimentare e per la capacità dei sistemi naturali di adattarsi ai cambiamenti ambientali e climatici.
Il ruolo delle imprese: dalla visibilità dell’azione alla qualità dell’impatto positivo sulla natura
Per il mondo imprenditoriale, il tema della tutela della biodiversità assume una rilevanza crescente anche alla luce della sua progressiva integrazione nei modelli di valutazione ESG, nei sistemi di reporting e nelle decisioni di investimento. Uno scenario in cui la credibilità delle iniziative ambientali dipende sempre più dalla loro coerenza scientifica, dalla loro efficacia ambientale e dalla misurabilità degli impatti positivi e dalla loro integrazione nelle strategie aziendali complessive.
La tutela della biodiversità richiede quindi un approccio che superi la dimensione simbolica e si traduca in interventi strutturati, olistici e tecnicamente validi: dalla gestione sostenibile delle aree verdi alla riqualificazione ecologica degli habitat, fino allo sviluppo di progetti di rigenerazione che contribuiscano concretamente al rafforzamento degli ecosistemi.
“Il rischio del beewashing – conclude Viganò – è quello di generare una percezione di impatto positivo verso la conservazione della natura e della biodiversità che però non è supportata da risultati reali: questo può portare a implicazioni non solo ambientali ma anche reputazionali.
Un contesto in cui la solidità scientifica delle iniziative ambientali diventa anche un elemento determinante di credibilità per le imprese, che oggi hanno l’opportunità di rafforzare la propria strategia ESG attraverso interventi ambientali coerenti, misurabili e integrati, capaci di contribuire concretamente alla tutela della biodiversità e alla resilienza dei sistemi naturali”.
1IPBES, 2016
2compresi i vertebrati



