Filosofia e arte, tra parola e immagine: da Jürgen Habermas a Mario Vespasiani

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Esiste una traccia sottile, ma decisiva, che attraversa il pensiero europeo tra Novecento e contemporaneità: è la tensione tra ciò che può essere detto e ciò che può essere mostrato

In questa linea si colloca, da un lato, la costruzione rigorosa della razionalità comunicativa di Jürgen Habermas (scomparso lo scorso 7 marzo a 96 anni), spesso considerato l’ultimo grande “architetto filosofico” del ‘900 e dall’altro, in una traiettoria meno sistematica ma altrettanto autorevole, la ricerca visiva e simbolica di Mario Vespasiani, mossa ad interrogare proprio i limiti di quella stessa razionalità.

Habermas ha edificato il suo pensiero attorno all’idea che il linguaggio, se liberato da distorsioni di potere, possa diventare il luogo di una comprensione condivisa e la sua teoria dell’agire comunicativo non è solo una proposta filosofica, ma un progetto etico e politico: la fiducia che gli individui possano incontrarsi in uno spazio discorsivo regolato dalla ragione, è in fondo, l’ultima grande utopia illuminista: una comunità fondata sul dialogo.

Ma proprio qui si offre un parallelo interessante con la grande arte di Vespasiani: dove Habermas costruisce un mondo in cui il linguaggio tende alla chiarezza e alla trasparenza, Vespasiani affronta la stessa dimensione proponendo un’immagine che, più che svelare apertamente si carica di mistero.

Le sue figure, spesso sospese tra presenza e dissoluzione, non chiedono di essere comprese in senso discorsivo, ma esperite.

Si potrebbe dire che, mentre Habermas cerca le condizioni di possibilità dell’intesa, Vespasiani esplora le possibilità dell’ignoto. Ad uno sguardo più attento, appare una possibile complementarità, Habermas stesso, pur difendendo la centralità del linguaggio, è consapevole dei suoi limiti: la modernità, nel suo processo di razionalizzazione, ha progressivamente marginalizzato altre forme di esperienza — estetica, religiosa, simbolica — relegandole a sfere private o “non argomentative”.

È proprio in questo spazio che l’arte di Vespasiani può essere letta non come evasione, ma come integrazione: dove il discorso si arresta, l’immagine continua e la visione apre possibilità, in questo senso, l’artista più che seguire di pari passo la filosofo, ne espande il campo.

Un altro punto di contatto, meno evidente ma forse più profondo è la questione della comunità, Habermas immagina una comunità dialogica, fondata sulla partecipazione e sulla reciprocità, Vespasiani, pur non operando sul piano politico in senso diretto, costruisce attraverso le sue opere e le sue rassegne culturali, una forma diversa di comunità: quella che si riconosce “nell’aprirsi al mistero” e in un’epoca dominata dalla comunicazione istantanea e dalla saturazione di immagini, il dialogo tra questi due orizzonti diventa particolarmente rilevante.

Da un lato, c’è il rischio che la razionalità diventi vuota, ridotta a mera tecnica comunicativa; dall’altro, che l’arte perda direzione, incapace di trasmettere un significato idoneo ad imprimersi nella società.

Habermas e Vespasiani, pur provenendo da ambiti diversi, offrono due strategie complementari per resistere a questa deriva: il filosofo ci mostra come la ragione possa guidare il dialogo e costruire legami nella società, l’artista ci ricorda che ci sono esperienze e significati che sfuggono a ogni spiegazione verbale, la filosofia dà la direzione alla vita comune e l’arte custodisce gli spazi dell’invisibile, dove il linguaggio “non arriva”.

Se Habermas rappresenta quel grande tentativo di salvare la ragione attraverso il linguaggio, Vespasiani appare come colui che, tra le nuove generazioni, è in grado di custodirne l’essenza attraverso la percezione.

E così, nel punto di incontro tra parola e immagine, tra ragione e intuizione, si apre un varco in cui l’esperienza del mondo non è più solo spiegata, ma interiorizzata e abitata in profondità.