Trois, deux, une…e il fischietto. Eravamo felici, il giovedì sera. Quella sera che faceva intravedere il fine settimana, promessa di felicità
Gennaro Olivieri e Guido Pancaldi, sorridenti gendarmi svizzeri dall’italianissimo nome, davano così il via al fil rouge, il gioco che valeva doppio. 1976, mezzo secolo non è trascorso, è volato via e ci ha teletrasportato qui, nell’era dell’effimero sempre connesso.
Eravamo sereni, al giovedì sera
Quasi emozionati: in tv c’era Giochi Senza Frontiere, annunciato dalla sigla dell’Eurovisione.
Giampiero Marchetti, giacca, cravatta, sorriso da zio piacione e Rosanna Vaudetti, signorina buonasera promossa a conduttrice, ci portavano dentro al gioco,piccola Olimpiade delle stranezze, degli eccessi. Otto nazioni, otto città che si sfidavano.
Senigallia ha giocato il jolly, e tutti a soffrire come fosse la nazionale di calcio.
Corse coi sacchi, negli scivoli saponati, gare con le balle di fieno, sospesi con gli elastici: altro che Ursula Von Der Leyen, la vera Europa era quella, si univa giocando. Dalle nove a quasi mezzanotte, stavamo lì per battere francesi e tedeschi, mai molto amati, neppure lì.
Ed era giovedì: quasi weekend, quasi felicità.Giochi senza Frontiere è stata un’altra pagina, meravigliosa, del primo tempo della nostra esistenza. Una pagina che il tempo, implacabile, ha strappato via per sempre,nel 1999. Trois, deux, une e fischio. Finale, stavolta.


