I licenziamenti a catena seguiti alla cocente sconfitta referendaria hanno rappresentato un altro errore di Giorgia Meloni
Tale scelta ha alimentato il sospetto che, in caso di vittoria del “SÌ”, la Premier non avrebbe allontanato nessuno, sostenendo magari che il voto positivo conferisse una fiducia complessiva a tutta la classe dirigente della maggioranza.
Il “ben servito” a figure come Delmastro e Santanchè andava dato prima: in politica, infatti, il tempismo ha un’importanza strategica fondamentale.
Si prospettano tempi duri per Giorgia e Giorgetti, con una recessione ormai alle porte.
Dopo quattro anni, appare difficile rintracciare risultati realmente positivi prodotti da questo governo.
Ci attende un anno e mezzo di “passione”, con le risorse del PNRR in esaurimento, una produzione industriale ai minimi termini e un carrello della spesa insostenibile, per non parlare delle bollette energetiche e del costo dei carburanti, i cui rincari peseranno inevitabilmente sull’inflazione.
Qualcuno obietterà che la colpa sia interamente del contesto internazionale. È in parte vero, ma Giorgia Meloni paga politicamente la propria posizione, essendo il principale sponsor di Trump in Europa, insieme a un Salvini ormai percepito come uno “scappato di casa” (o meglio, dalla Padania).
Un annus horribilis per il duo Giorgia-Giorgetti che, dopo il “suicidio” referendario, potrebbe indurre a una seconda mossa autolesionista: la tentazione di ricorrere alle elezioni anticipate. Gli italiani hanno la memoria corta, ma forse non così tanto.



