Gli equilibrismi di un’ex provocatrice

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Si può solo immaginare la fatica di rimettere a sistema, almeno a parole, un Occidente, un’Europa, un’Italia attraversati da conflitti vertiginosi, un Donald Trump partito alla conquista della Groenlandia, un Macron diventato stella dei Volenterosi dell’Unione, una Lega che vuol mettere fiori nei cannoni di Crosetto e della Nato, un’economia ferma allo zero virgola e pure le paure di un referendum che vai a vedere come va a finire

È lo sforzo che ha affrontato Giorgia Meloni nella sua quarta conferenza stampa di inizio d’anno: riannodare filo dopo filo la fune da equilibrista su cui ha camminato finora, trovare il modo di percorrerla fino alle prossime Politiche e al tempo stesso offrirla come cima di sicurezza a un’opinione pubblica spaventata dai cambiamenti del mondo.

Scordarsi la battutista, la provocatrice, quella che non le manda a dire agli avversari. Ne è rimasto appena il lampo nelle risposte più arrabbiate ai giornalisti giudicati ostili. Per il resto, calma e gesso.

Le minacce americane alla Danimarca sono solo «metodi molto assertivi per indicare l’importanza strategica dell’area artica». Le sparate di Donald Trump contro il diritto internazionale non sono condivisibili, ma meglio «guardare le luci piuttosto che le ombre».

La legge elettorale deve essere condivisa perché conviene pure alle opposizioni. Il referendum sulla riforma del Csm non porterà scossoni, non ci saranno dimissioni se la maggioranza perde né elezioni anticipate se vince. La Presidenza della Repubblica non è nei piani per il futuro, piuttosto «vorrei lavorare pagata per Fiorello», e su tutto il resto – sicurezza, lavoro, salari, casa – ci sono piani, progetti, cambi di passo alle porte.

L’incontro-fiume con la stampa ha fornito comunque risposte su tre elementi centrali dell’identità del centrodestra.

Il primo sono i rapporti con il mondo Maga, che fino al settembre scorso, fino all’omicidio di Charlie Kirk e alla sua celebrazione senza precedenti nel Parlamento italiano, sembravano un riferimento di primo piano per la maggioranza, una medaglia da appuntarsi al petto.

Quel tipo di emozione è alquanto scemato. Il rapporto con Trump comincia ad essere vissuto come un problema e la premier preferisce semmai esibire la sua capacità di dirgli no quando serve, come è successo con la dichiarazione europea sulla Groenlandia, e richiamarsi al pensiero di Mattarella sulle direttrici di politica estera (assai severo verso certe esondazioni della Casa Bianca contro l’Europa e gli organismi internazionali).

Poi c’è la questione sicurezza, fonte principale delle fortune della destra, alquanto appannata dagli ultimi episodi di cronaca, e anche lì si comincia a intuire la tattica per la prossima campagna elettorale: spostare la responsabilità sulle toghe più che produrre nuovi provvedimenti-choc (al massimo una mini-norma sui coltelli ai minorenni).

Si dovrà attribuire ogni disgrazia alla scarsa collaborazione della magistratura, alle scarcerazioni improvvide e a una presunta indifferenza dei giudici alle esigenze “law and order” del Paese che rende «vano il lavoro delle forze dell’ordine e del Parlamento».

Qui la destra punta soprattutto ad arginare il fuoco amico della concorrenza leghista. Ieri Meloni aveva appena finito di parlare che entrambi i capogruppi del Carroccio, Riccardo Molinari e Massimiliano Romeo, già la incalzavano: se ha tanto a cuore la questione perché sta riducendo il contingente militare della missione Strade Sicure? Ecco, domande come queste vanno eluse con abilità. E la linea è: abbiamo fatto quel che dovevamo, non è colpa nostra se tanti delinquenti restano a piede libero.

Flavia Perina