Quale partito votava Nando Martellini? E Bruno Pizzul? E Sandro Ciotti, Enrico Ameri, Adriano De Zan, Rino Tommasi o Gianni Clerici? Quale tessera avevano in tasca, a quale leader si erano genuflessi, in che casella stavano del manuale Cencelli?
Basterebbero questi quesiti, ridicoli agli occhi di ogni appassionato di sport che amò quegli straordinari professionisti ignaro delle loro simpatie, a riassumere il declino della Rai sfociato nell’ultima telecronaca di Paolo Petrecca, il direttore di Rai Sport in quota FdI schiantatosi sulla tragicomica diretta dell’apertura delle Olimpiadi invernali dopo aver detto ai perplessi le ultime parole famose: «Ci metto la faccia».
Sì, ciao. Ahi ahi, sospirerà qualche nostalgico del Capoccione: quelle sì erano cronache! «Camerati! Io vi abbraccio tutti quanti e nel mio abbraccio è il saluto del Duce che vi dirà domani del suo compiacimento; è il saluto di tutti gli sportivi d’Italia che ardono dal desiderio di accogliervi…», tuonava Leandro Arpinati presidente del Coni il 1° settembre 1932 per salutare gli azzurri al ritorno dalle Olimpiadi di Los Angeles.
«La vittoria esprime l’azione. La vittoria esprime la perfezione e la vitalità della stirpe!», trombettava sul Corriere fascistizzato Adolfo Cotronei esaltando il Capo: «Egli ha voluto che fosse considerato necessità della stirpe, affermazione della razza». Tema ripreso due anni dopo sulla Gazzetta da Bruno Roghi per esaltare la nazionale di calcio: «Non una squadra di undici uomini, ma una razza…»
Per non dire del Littoriale del 29 giugno 1938: «L’invitto “Undici” italiano ha ancora una volta dominato nel nome del Duce. (…) Vittorioso in Italia nel 1934, vittorioso a Berlino nel 1936, vittorioso a Parigi nel 1938, il Calcio italiano ha ormai clamorosamente affermato e ribadito la sua indiscutibile superiorità nel mondo. (…) Ancora una volta il trionfo ha illuminato coloro che sorreggono la gagliardia fisica con una sconfinata forza morale: quella forza che deriva dalla fede, dall’orgoglio, dal prestigio dei figli della nuova Italia imperiale e fascista»
Gian Antonio Stella



