Generale, nella dottrina militare c’è un principio fondamentale: una guerra non si vince solo con i bombardamenti, prima o poi bisogna mettere i piedi sul terreno. Ma in Iran questo sembra impossibile. Siamo di fronte a una guerra che per definizione non può essere vinta?
È davvero difficile riuscire a immaginare una conclusione della guerra in atto in Iran ottenibile attraverso le sole campagne di attacchi aerei e le ragioni sono diverse.
Una vittoria militare che determini la sconfitta dell’avversario tale da indurlo alla resa definitiva, prevede l’occupazione materiale del territorio attaccato, dunque la presenza fisica di truppe che presidino tutti i punti- chiave geografici e le infrastrutture di valore strategico ancora agibili e funzionanti.
Ma non basta, è necessaria anche l’accettazione delle “nuove regole” introdotte dai vincitori da parte delle popolazioni che abitano quel territorio. Quest’ultimo aspetto, in particolare, richiede tempo e, soprattutto, chiarezza di intenti da parte del vincitore, unitamente al rispetto per il nemico sconfitto.
Il che significa non voler imporre con l’atteggiamento da “conquistadores” il modello occidentale tout-court e non assumere l’atteggiamento predatorio relativamente alle ricchezze del paese che, tuttavia, è quasi sempre una delle ragioni fondanti di una guerra.
In Iran siamo ancora molto lontani dal poter prefigurare una vittoria militare sul campo perché se anche la componente militare riferita alle forze dell’Artesh dovesse risultare logorata, l’autonomia dell’IRGC, le sue capacità combat in termini di risorse e la sua determinazione vocazionale al martirio impegnerebbero le unità nemiche in combattimenti logoranti e protratti per tempi così lunghi da intaccarne non solo le risorse, ma anche il morale.
È evidente che questo vale per entrambe le forze contrapposte, ma i Pasdaran hanno il vantaggio della conoscenza del terreno e la determinazione di chi combatte per il proprio paese. Gli Stati Uniti non hanno ancora ben appreso le lezioni del Viet Nam, dell’Iraq, dell’Afghanistan. Ripetono sempre gli stessi schemi e gli stessi errori.
La vittoria possono ottenerla solo se le popolazioni iraniane stesse si sollevano contro il regime e, altrettanto edotte sulle caratteristiche del terreno quanto i nemici Pasdaran, adeguatamente armate, sostenute logisticamente, addestrate adeguatamente e adeguatamente remunerate per il loro sacrificio, si impegnassero in combattimento.
Allo stato attuale solo il primo requisito è soddisfatto e, riguardo all’esperienza di combattimento, solo l’etnia curda ne è in possesso. I Curdi sono pochi in confronto all’IRGC, soprattutto, hanno visto tradito il loro impegno nelle guerre precedenti combattute per l’Occidente.
Non è che la guerra non possa essere vinta dalla coalizione israelo-americana, però come sta accadendo alla Russia in Ucraina, certamente non sarà un risultato immediato e poi, bisogna vedere a quale prezzo.
Resta il fatto che senza un’occupazione materiale del territorio da parte delle proprie forze o di forze amiche o senza l’insediamento di un governo allineato alla volontà trumpiana la vittoria sarebbe attribuibile al regime iraniano.



