Habeas corpus. Sono quasi novecento anni che quando parliamo del dovere dello Stato di rendere puntualmente conto di ogni restrizione della libertà personale dei suoi cittadini citiamo il ‘corpo’. Un modo potente per alludere al nucleo più intangibile della libertà, l’integrità fisica del prigioniero, che lo Stato deve religiosamente garantire:
«È punita ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizioni di libertà», dice l’articolo 13, che nella nostra Costituzione recepisce, subito dopo i dodici principi fondamentali, proprio quello dell’habeas corpus.
Ebbene, è difficile immaginare una violazione più drammatica dell’habeas corpus di quella documentata nell’interminabile video che documenta l’agonia e la morte di Abderrahim Fakir.
Un corpo che viene affidato allo Stato per essere difeso da se stesso, e che invece viene condotto a morte dalle mani stesse dello Stato. Comunque sia andata, si tratta di una colossale catastrofe delle basi stesse dello stato di diritto.
Un evento che nega i fondamenti della nostra Costituzione, la quale ammette l’uso legittimo della forza, di cui lo Stato ha il monopolio, ma esclude in ogni modo la violenza. Ed è proprio la violenza, una violenza protratta e insensata, la protagonista di quel terrificante filmato: alla fine del quale la persona umana non esiste più, e un corpo giace a terra, senza vita.
La coincidenza temporale degli eventi, ma soprattutto la reazione dell’estrema destra che governa il Paese, hanno reso inevitabile accostare questo episodio alla carcerazione del gioielliere condannato in via definitiva per il duplice omicidio dei rapinatori in fuga dal suo negozio.
A Bologna si difende a oltranza il diritto dello Stato a usare la forza in un modo e in una misura che si vorrebbe insindacabile, a Grinzane si grida che lo Stato si deve spogliare del suo monopolio, consentendo che la forza venga usata per strada da un privato cittadino, attraverso la violenza estrema di una duplice esecuzione sommaria.
Una schizofrenia che rende evidente una cosa: questa destra non ha nulla a che fare con la legge e con l’ordine, ha invece a che fare con l’apologia della violenza.
Di fronte a questa evidenza, assai difficile da cancellare, sono subito scattati in piedi, o in ginocchio, i difensori d’ufficio della destra e accusatori non meno d’ufficio della sinistra, e così si è dovuto leggere, sul Corriere della sera, che l’invocazione di Vannacci, Meloni e Salvini per una legittima difesa senza limiti avrebbe un perfetto corrispondente nella piazza di Bologna, che avrebbe accolto una «manifestazione di protesta che altro non poteva diventare se non un atto d’accusa nei confronti delle forze dell’ordine, dando così copertura involontaria ma implicita a nuove violenze di piazza».
Si stenta a credere che l’esplicita apologia di un reato gravissimo compiuta dai vertici del governo possa essere messa sullo stesso piano di una piazza in cui si è chiesta esplicitamente «non vendetta, ma giustizia».
Un parallelo indegno e grottesco, che vorrebbe gettare fango su una città, Bologna, che ha nella sua identità civile la capacità di reagire alla violenza riunendo i corpi liberi delle cittadine e dei cittadini nello spazio pubblico.
La città della strage della stazione: una strage di estrema destra, sarà il caso di ricordare, prima che altre incredibili fumisterie provino a cancellare anche questo.
La conclusione del Corriere è da manuale, excusatio non petita inclusa: «Lo diciamo a entrambi gli schieramenti, e non per ‘cerchiobottismo’: ma per il dovere comune di tenere al riparo quei principi liberali che sono condizioni essenziali per garantire la convivenza civile». La morale è chiarissima: tutti colpevoli nessuno è colpevole. E la destra di governo è servita.
Tomaso Montanari



