I 21 dischi più belli del 2025 (almeno per noi)

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Dischi, sì. Non canzoni a velocità di streaming. Perché un disco richiede tempo e attenzione. 

Ventuno dischi. Non c’è un motivo particolare per il numero, ma la scelta degli album, invece che delle canzoni, è voluta. Perché è meraviglioso usare il telefono per sintonizzarsi con ogni angolo del mondo e surfare tra generi e lingue diverse, anni e cataloghi. Ma è anche un caos pazzesco: suoni e rumori globali, resi accessibili ovunque e immediatamente, volano via troppo spesso, lasciando talvolta un senso di smarrimento per nulla appagante. Un disco, invece, richiede tempo e attenzione. Per chi lo ascolta e per chi lo incide, convinto che sia ancora oggi un mezzo di espressione artistica, necessario e coerente. Ecco allora, senza alcun ordine particolare, un “elenco” di fine anno con alcune delle cose più belle ascoltate in questo 2025: Corea, Libano, Stati Uniti, Spagna, Italia, Inghilterra e Ucraina.

BABY
Il soul del terzo millennio ha la vitalità di Prince, la fragilità di Frank Ocean e la sperimentazione di Bon Iver. Da questo vortice di creatività ne esce Dijon Duenas col suo meraviglioso garage sonoro, frammentato e sorprendente. È il disco da mettere sotto al cuscino, quando si allunga una mano e per 37 minuti si scalda il cuore.

ALL LIVING THINGS
Il respiro rallenta col primo accordo. Inspira, butta fuori. Pazienza e rispetto per questa musica elegante suonata con strumenti della tradizione coreana, dai nomi esotici: piri, saenghwang, yanggeum. Quel poco di elettronica è dosata con maestria. Melodie circolari producono un effetto calmante, meditativo, sognante. Per chi cerca la bellezza, qui ce n’è tanta.

Blood Orange
ESSEX HONEY
In un mondo di Jeffrey Epstein, la musica di Dev Hynes è cura e sollievo. Intima, dolce e sexy: il maschio di cui c’è bisogno. Melodie da cantautore, con alle spalle Marvin Gaye e Al Green. Il disco è triste e consolatorio allo stesso tempo, ispirato dalla morte della mamma. Malinconia british, elegante e balsamica.

Andrea Laszlo De Simone
UNA LUNGHISSIMA OMBRA
Il meglio della musica italiana, in un’ora abbondante. All’ombra di Battisti, Gaetano, De Andrè, fino a Iosonouncane. Un suono senza tempo, come si addice ai classici. Attualissimo nel cogliere l’ansia e le ombre di questi tempi. In un mondo perfetto “Aspetterò” vincerebbe il festival di Sanremo.

Heartworms
GLUTTON FOR PUNISHMENTS
Post-punk gotico e accattivante. Heartworms è Jojo Orms, londinese di 27 anni. Canta alla grande, accogliente e scostante allo stesso tempo. Fa venire in mente Depeche Mode, Patti Smith, Kate Bush. Nove pezzi per 39 minuti di musica, l’indie inglese al suo meglio. Ha tutte le carte per diventare un classico.

L’Antidote
L’ANTIDOTE
Tre sponde del Mediterraneo unite dall’esordio di questo trio. Albania, Libano e Francia (via Iran). Una mescolanza riuscita, tra cedri, deserti e ombre sui muri. Ci sono momenti di grande calma e altri di una calibratissima tensione che fa tornare in mente il mai troppo compianto l’Esbjorn Svensson Trio. Potrebbero venirne grandi cose.

Benjamin Booker
LOWER
Senzatetto, sparatorie nelle scuole, alcolizzati, poliziotti violenti, senatrici razziste che si masturbano sognando di far sesso con lo schiavo nero. Lo stato dell’Unione secondo Benjamin Booker, sprofondata «into madness, into darkness». Rock sporco, quello di Tom Waits. “Lower” fa quello che fece “Nebraska” ventitré anni fa, il disco con cui Bruce Springsteen mostrò la faccia sporca e sanguinante del sogno americano.

Faccianuvola
IL DOLCE RICORDO DELLA NOSTRA DISPERATA GIOVENTU’
Impossibile resistere. Spalancate le finestre e fate entrare l’aria. Dieci canzoni (tre sono intermezzi) dalla collezione primavera-estate di questo 23enne al disco d’esordio. Si balla dall’inizio alla fine sulla spiaggia non più solitaria di Franco Battiato, tra i sassi e la battigia, il cielo sgombro e i vestiti leggeri. Faccianuvola merita il successo e il seguito che inizia ad avere.

Sudan Archives
THE BPM
I Bpm in musica (“beats per minute”) indicano la velocità di un brano: lento o veloce. E Sudan Archives, cantante e violinista, corre. Quindici canzoni, 52 minuti di dance senza pausa. Euforico e spavaldo, è un disco da ballare col corpo e col cervello. E poi ripetere da capo, per smaltire fino all’ultima tossina.

Yasmine Hamdan
I REMEMBER I FORGET
Hamdan, libanese trapiantata a Parigi, si muove tra elettronica e trip-hop. Musica araba alternativa e indie, tesa e coinvolgente. Tra personale e politico:«Uccidere è normale» canta nella canzone che dà il titolo all’album. Un pezzo che chiede di alzare il volume al massimo.

Geese
GETTING KILLED
I Geese arrivano da New York, come Zhoran Mamdani. E anche Donald Trump, certo. Il caos dell’ombelico del mondo, quello occidentale. Qui ci sono idee fresche, sfacciate, a tratti confuse, ma sempre eccitanti. Uno dei migliori pezzi parla di quanto sia odioso pagare le tasse, capito?

Rosalía
LUX
L’immaginazione di Rosalía, 33 anni, fugge qualsiasi convenzione. Sublime, sfacciata, elegantissima e potente. Un disco da studiare per provare a capire quanto la cantante spagnola sia avanti. Immergersi in questi 50 minuti di musica è un’esperienza travolgente. “Berghain” è il pezzo dell’anno, manifesto di un pop globale.

Little Simz
LOTUS
Nessuna in giro come lei. Rappa e pensa dritto per dritto. Potente e poetica come sempre, stavolta suona più rock e jazz, a suo agio in un sound che si espande grazie anche a belle collaborazioni e una produzione da leccarsi i baffi. Intima e bombastica, un’artista consapevole della sua grandezza.

Emma
ERA L’INIZIO
No, non è la cantante. Ma Alessandro Muscogiuri, in arte Emma. La sua è una musica tanto artificiale quanto umana. Hyperpop aggressivo, metallico, martellante. Eppure intimo, fragile e molto fisico. Un sound oscuro lacerato dai raggi di luce gridati o talvolta sussurrati. I suoi concerti sono una bomba: se vi capita, non perdetelo.

Djrum
UNDER TANGLED SILENCE
Pianoforte, archi e drum machine. Trance, drum’n’bass e dita pigiate su tasti bianchi e neri: per un’elettronica del genere la linea tra improvvisazione e programmazione è sfumatissima. Virtuosa e paracula. Il risultato è un suono scintillante, fluido e delicato. Un gioiello.

Kelela
IN THE BLUE LIGHT
Cari vecchi “live”, dischi in via d’estinzione. Kelela spoglia e reinterpreta la sua musica in una formidabile registrazione allo storico Blue Note di New York. Canzoni nude e lussureggianti, mica roba da tutte. Sembra di star lì, soli con lei, un concerto intimo e potente. Con questa voce dimostra di poter cantare qualsiasi cosa.

Zar Electrik
KOYO
Trio marsigliese insaporito da due musicisti migrati da Guinea e Marocco. Guembri, kora, oud: strumenti acustici delle tradizioni e parecchia elettronica. Un esordio meticcio, come il Mediterraneo di Jean-Claude Izzo: umano, caotico, pieno di vita.

Annahstasia
TETHER
Una voce da brividi, piena di sfumature e vibrazioni. Pop e folk d’autore. Con canzoni che stanno tra Joni Mitchell e Tracy Chapmani: il meglio del meglio, insomma. Un esordio che promette grandi cose.

Mark Ernestus’ Ndagga Rhythm Force
KHADIM
Il progetto che unisce mbalax senegalese e techno berlinese è al secondo capitolo in dieci anni. Senza le chitarre del primo album a guadagnare spazio e sfumature sono le ritmiche intricate e raffinate. Un lungo groove, con la voce di Mbene Diatta Seck più ipnotica che mai.

Annie and the Caldwells
CAN’T LOSE MY (SOUL)
Gospel matriarcale cucinato in casa dalla famiglia Caldwells. Vengono dal Mississippi e son tutti imparentati. Un disco caldo ed energico. Buono anche per chi non ama il genere: non è roba da “Oh happy day”, ma preghiere funky da far invidia a Sly Stone.

Heinali & Andriana-Yaroslava Saienko
HILDEGARD
Due brani da 19 minuti. Due musicisti ucraini alle prese con la musica di Hildegard von Bingen, la mistica tedesca vissuta nove secoli fa. Invece delle tipiche interpretazioni contemplative o new age, qui il canto è umano, fiero e feroce. Nella tempesta di sintetizzatori risuonano bombe e disperazione. La colonna sonora di una guerra.

fonte: https://www.dire.it