Il lavoro che faceva Achille

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Achille Occhetto (novant’anni giusti) che, su Repubblica di ieri, scrive dei massimi sistemi, lo fa attingendo a una riserva di energia remota.

Oggi dimenticata, talmente dimenticata che, a leggerlo, di primo acchito viene da dire: ma a quale titolo questo signore di età insigne, e da lunghi anni fuori dai giochi politici, osa parlare del futuro dell’umanità?

Osa perché occuparsi del futuro dell’umanità è stato, né più né meno, il suo mestiere. Era il segretario del Pci, e quello facevano i dirigenti dei grandi partiti di massa. È lecito, e quasi scontato, criticare gli esiti. Non l’intenzione: era quell’intenzione, non altro, a fare della politica un luogo rispettato e molto frequentato. C’erano anche allora l’arraffo, il carrierismo, la mediocrità sgomitante del piccolo cabotaggio quotidiano. Ma era ben viva l’idea che il core business, come si dice oggi, di quelle strane fabbriche che erano i partiti, fosse orientare la direzione del mondo.

Occhetto dice: oggi solo il Papa parla del mondo, dell’umanità e del suo destino: perché noi no? Perché la politica no? Perché la sinistra no? La domanda è ben posta. Non credo sia corretto, e nemmeno giovi alla comprensione delle cose, ritenere che chi fa politica oggi abbia un calibro, culturale e umano, inferiore alle generazioni precedenti.

È vero, piuttosto, che economia e tecnologia hanno disarcionato la politica. Vanno per conto loro. Fanno quello che vogliono loro, la ristretta cerchia dei pluto-tecnocrati (tecno-plutocrati?) che dispone del mondo a suo piacimento. Sarà un’impresa titanica risalire in sella. Forse ci vuole un pazzo, o un santo, un nuovo Cristo, meglio ancora un acrobata che trovi la maniera.

MICHELE SERRA