Lo Sceriffo è tornato per riprendersi la città. Quelli come lui non chiedono il permesso. «Elly? Chi è questa Elly?». Però immaginate il sottofondo di una musica allegra. Perché lo Sceriffo è gioviale, sfrontato, sprezzante, mentre viene avanti su corso Vittorio Emanuele seguito dal suo codazzo. Ha in mano un foglietto scritto a penna: «Questo è con me. Ma pure questo sta con me. E poi ci sono i socialisti. E i verdi.
E parecchi dem, si capisce». Gabbiani in picchiata sulla campagna elettorale appena iniziata, l’odore del mare nel vento, la gente seduta ai tavolini dei bar che lo omaggia sollevando i calici di spritz. Qualcuno si alza e s’avvicina. «Don Vincenzo bell!». «Overamente?».
«Ma non mi dite…». Gli danno del voi. Poi, come sopraffatti, chinano la testa. Lo Sceriffo allora gli sorride con quel sorriso che neppure Crozza riesce più a imitare. E, con una sublime botta di boria, conferma: «Dovreste andare a piedi al santuario di Pompei per ringraziare la Madonna che mi ricandido a sindaco…».
Intendiamoci: in questo personaggio non c’è mai stato uno straccio di ideologia, ha sempre custodito solo una spaventosa capacità di conquistare il potere per avere e gestire altro potere. Però è chiaro che adesso la politica non c’entra davvero nemmeno più, perché qui siamo ormai dentro una saga: la strepitosa saga della dinastia De Luca.
Tra segreti e chiasso, patti di fedeltà lontani dalla tradizione repubblicana e ricatti, tutti si muovono all’interno di logiche arcaiche, talvolta feudali, come quelle di questo padre dispotico e ingombrante, ancora molto più furbo e feroce del figlio Piero, deputato dem, segretario regionale dei dem, quindi un tipino ambizioso, ma inesorabilmente schiacciato e perdente in un racconto che sembra uscito da una serie tv, tipo Downtown Abbey, o Yellowstone.
Solo che siamo a Salerno.
Nel primo fotogramma di questa nuova stagione c’è lo Sceriffo, appunto Vincenzo de Luca, anni 76, negli ultimi dieci governatore della Campania, che — alla Camera di commercio, in occasione del convegno «La libertà di partire, il diritto di restare» — annuncia il suo ritorno. Anzi, di più: proprio si incorona. Con la mano tremante aggiusta gli occhialini sul naso, ipnotico tono a cantilena: «Si… Ricomincia… Riprendo la città e la provincia… Dobbiamo ridare speranza… Tranquillità… Alle famiglie… Devo bonificare un’intera area urbana».
Fabrizio Roncone



