Il veleno silenzioso dei social: quando l’attenzione diventa dipendenza

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C’è qualcosa che sta accadendo sotto gli occhi di tutti, e proprio per questo non viene più visto

Pagine nate per raccontare sport, passione, competenza, oggi condividono contenuti che nulla hanno a che fare con ciò che dichiarano di essere. Lo fanno senza commentare, senza prendere posizione, senza responsabilità. Condividono e basta. Perché condividere fa numeri.

Il problema non è il contenuto in sé, ma il meccanismo che lo governa.
Esiste un’economia dell’attenzione che si nutre di litigi, tradimenti, fallimenti, eredità contese, errori esposti al pubblico ludibrio. Se una persona non ha una vita propria riconoscibile, un ruolo sociale definito o una narrazione “vincentemente normale”, allora la sua caduta diventa intrattenimento. E l’intrattenimento diventa profitto.

Non è informazione.
Non è curiosità.
È dipendenza.

Una dipendenza costruita con precisione chirurgica: stimolo, reazione emotiva, condivisione. Rabbia, indignazione, scherno, senso di superiorità. Ogni emozione è valida, purché generi interazione. Chi sa farlo, sa anche come “arredare la stanza”: luci giuste, tempi giusti, dosi giuste. Come uno spacciatore che non tocca mai la sostanza, ma conosce perfettamente il bisogno.

Il risultato è una popolazione connessa ma sempre più fragile, incapace di distinguere tra interesse autentico e manipolazione, tra informazione e voyeurismo emotivo. Tossicodipendenti dell’altrui vita, spesso peggiori dei fumatori: perché qui non si danneggia solo il corpo, ma il pensiero.

E allora la domanda non è “perché funziona?”, ma perché lo permettiamo ovunque, persino in contesti che dovrebbero educare, ispirare, elevare.

Forse è arrivato il momento di parlare seriamente di psicologia telematica.
Di insegnare — anche via web — come riconoscere i meccanismi di cattura dell’attenzione, come disintossicarsi, come tornare a scegliere cosa guardare e perché. Non per moralismo, ma per sopravvivenza culturale.

Perché se tutto diventa spettacolo, nulla ha più valore.
E quando anche la passione viene sacrificata sull’altare del click, non è solo ridicolo: è pericoloso.

cav. Giuseppe PRETE PRES. EUROPEAN CHANCELLOR WOA