C’è un modo preciso per creare un mostro mediatico. Funziona quasi sempre. Si parte da una storia già pronta, si scelgono soltanto i frammenti utili, si eliminano le parti che disturbano la narrazione, si pubblica una clip, si alza il tono morale e infine si lascia che il web completi il lavoro. Il risultato è immediato: una sentenza collettiva senza processo.
È ciò che sta accadendo ancora una volta nelle ore in cui circolano estratti di Falsissimo, dove una videochiamata privata con Alfonso Signorini è diventata materiale da consumo pubblico, giudizio morale e indignazione seriale. Non è il merito del caso che qui interessa davvero. Non si tratta di difendere Signorini o di assolvere qualcuno. Il punto è un altro: il metodo.
Perché oggi non basta più raccontare un fatto: bisogna costruirgli attorno una verità già pronta, facilmente digeribile, emotivamente forte, moralmente scandalosa. Una verità che sembri inevitabile anche quando i fatti restano incompleti, ambigui, non definitivamente chiariti.
Eppure ciò che colpisce ancora di più non è chi confeziona questo meccanismo, ma il pubblico che lo alimenta. Il vero protagonista è quel popolino del web che si precipita a insultare, deridere, demolire, senza esitazione e senza memoria. Un popolo digitale che spesso non cerca verità, ma solo il piacere di partecipare alla lapidazione collettiva.
Ci si domanda allora: da dove nasce questo bisogno di odio gratuito? 🤔
Perché tanta fame di distruzione?
Forse perché condannare gli altri dà l’illusione di sentirsi migliori. Forse perché il giudizio pubblico diventa una forma di autoassoluzione privata.
Eppure basta guardare la realtà sociale per cogliere una contraddizione evidente: nessuno vive in una purezza assoluta. Nessuno è davvero intoccabile. Nessuno può proclamarsi totalmente immune da errori, incoerenze, fragilità.
Viviamo in una società dove spesso si pretende santità pubblica da chi è sotto i riflettori, mentre nella vita privata si tollera tutto, si giustifica tutto, si dimentica tutto.
Il web invece no: il web vuole il colpevole del giorno. E lo vuole rapidamente.
Chi oggi accusa con ferocia, se fosse esposto allo stesso modo, se vedesse raccontati i propri errori, le proprie fragilità, le proprie contraddizioni, reagirebbe davvero diversamente?
Molti probabilmente no. Molti farebbero esattamente ciò che oggi condannano.
E allora emerge una domanda inevitabile: il grande accusatore è davvero immune da ciò che denuncia?
Chi costruisce pubblicamente processi morali, specialmente quando porta con sé un passato noto di eccessi, scandali, contraddizioni e condanne mediatiche, può davvero presentarsi come arbitro assoluto della purezza? 🎭
Ma il punto centrale resta un altro ancora: il web è diventato un mercato emotivo.
L’indignazione produce traffico. Il traffico produce denaro. La rabbia produce visibilità. La distruzione dell’immagine altrui diventa profitto. E così il pubblico, spesso inconsapevolmente, viene usato come carburante. Manipolato. Spinto.
Nutrito male.
Convinto di partecipare a una battaglia morale mentre in realtà alimenta semplicemente un meccanismo economico. Il vero malato non è il singolo protagonista del video virale.
Il vero malato è un ecosistema dove milioni di persone sembrano trovare nutrimento nella caduta degli altri. Un ecosistema in cui il dolore altrui diventa intrattenimento.
E questo dovrebbe preoccuparci molto più di una clip. Perché quando una società perde il senso del limite nel giudicare, finisce per perdere anche il senso della propria umanità.
cav. Giuseppe PRETE




