L’occupazione è cresciuta e la disoccupazione è diminuita negli ultimi anni in Italia. I dati ufficiali lo confermano, il governo non fa che vantarsene in ogni occasione. Nonostante ciò i problemi strutturali del mondo del lavoro rimangono gli stessi e strutturali, perché la vera criticità è il record degli inattivi.
Nel confronto con gli altri Paesi europei la nostra posizione resta invariata, lontana anni luce dal gruppo degli avanzati.
Occupazione, 9 punti sotto
A lanciare l’allarme è Adapt, associazione che promuove studi e ricerche sul lavoro, che specifica: nel quarto trimestre 2025 il tasso di occupazione in Italia si attesta al 62,4 per cento, quasi 9 punti sotto la media europea, che è del 71,1, e molto distante dai Paesi che guidano la classifica, cioè Paesi Bassi, Malta, Islanda, Germania e Stati nordici, che si collocano stabilmente tra il 75 e oltre l’80 per cento.
“Non si tratta di una semplice differenza quantitativa – spiegano da Adapt –, ma di una diversa configurazione del mercato del lavoro. Nei Paesi ad alta occupazione, infatti, il lavoro rappresenta la condizione prevalente lungo gran parte del ciclo di vita, mentre in Italia continua a coinvolgere una quota troppo ridotta della popolazione in età attiva”.
Pochi disoccupati, troppi inattivi
Il quadro si completa quando si prendono in considerazione i dati della disoccupazione e dell’inattività. Secondo l’analisi, la disoccupazione è pari al 5,7 per cento, leggermente sotto la media europea, che è al 6 per cento. Questo tasso potrebbe suggerire una buona tenuta del mercato del lavoro.
Tuttavia, la lettura risulta fuorviante se non si considera il livello di partecipazione: il vero elemento critico è infatti l’elevata quota di inattivi, che in Italia raggiunge il 33,9 per cento tra i 15 e i 64 anni, il valore più alto in Europa e circa 10 punti sopra la media Ue, 24,4 per cento, vicino ai livelli di Romania e Grecia, che condividono con l’Italia le maggiori fragilità sul lato della partecipazione.



