Due donne, la stessa età, la stessa parola: indigente. Ma solo una lo è davvero. L’altra è ministra. La storia incrocia i loro destini perché entrambe, in momenti diversi, hanno detto di non avere i soldi per pagare i danni di una diffamazione
La prima ha 67 anni, vive a Lomazzo (Como) e ha passato la vita a fare l’operaia in fabbrica e a pulire le case altrui per crescere quattro figli da sola. Juna Scafetta oggi è invalida all’80% e sopravvive in una casa popolare con 630 euro al mese di pensione sociale. Non ha nemmeno un’auto. La seconda è la ministra Daniela Santanchè, che di anni ne ha 64 e da una vita viaggia in auto blu.
Nel diffamare e pianger miseria, come ha rivelato Il Fatto quattro anni fa, è una vera campionessa. Nel 2015 venne condannata a risarcire l’Unione delle Comunità Islamiche d’Italia per averla definita in tv “organizzazione integralista”. “Mi pignorino anche lo stipendio, non pagherò mai”, tuonò. Ma davanti al pignoramento, in gran silenzio, fece scrivere ai suoi legali di versare in “gravi difficoltà economiche” e “indisponibilità economica”. Il giudice, impietosito, le accordò di saldare i restanti 14.146 euro in 18 comode rate da 786 euro al mese.
Il tutto mentre aveva stipendio parlamentare, la quotata Visibilia Editore, azioni del Twiga e una villa di proprietà a Milano di 980 metri quadri, con sauna, piscina in madreperla e servitù. Eppure oggi, la stessa “incapiente” che ha rateizzato 14 mila euro per una grave diffamazione televisiva, bussa alla porta della vera indigente per chiederle fino a 58 mila euro di danni. Per cosa? Per un insulto scritto d’impulso sotto a un post di Facebook.
Thomas Mackinson



