Antonella Palermo – Città del Vaticano
Attraversare a ritroso gli appelli di Leone XIV per la pace significa esplorare le sfaccettature di una parola che contiene desiderio, preghiera, pazienza, impegno, perseveranza, incontro, scelta, diplomazia, soccorso. Una parola, pertanto, tutt’altro che svuotata di senso. In dieci mesi di pontificato, le invocazioni per la pace in un mondo diventato polveriera hanno trovato spazio in messaggi, catechesi, udienze generali, incontri istituzionali, saluti a pellegrini, telefonate a capi di Stato, Angelus e Regina Caeli, omelie, risposte a giornalisti. Un chiedere incessante a Dio e agli uomini che non si insegua il fascino del divisore, non si scavi nel fossato delle polarizzazioni, ma ci si sforzi senza indugio e paura – leader politici e religiosi, gruppi, cittadini, organismi internazionali – di costruire quella concordia che è insieme dono e frutto dell’umanità.
Prima che si cada in una “voragine irreparabile”
“La guerra, di nuovo!”. Da una parrocchia della periferia romana, domenica scorsa, il Papa non ha potuto non far arrivare la sua preoccupazione per un mondo infiammato: “La violenza non è mai la scelta giusta”, ha detto, facendo eco a quanto già espresso all’Angelus: “La stabilità e la pace non si costruiscono con minacce reciproche, né con le armi, che seminano distruzione, dolore e morte, ma solo attraverso un dialogo ragionevole, autentico e responsabile”.
Dinanzi alla possibilità di una “tragedia di proporzioni enormi”, l’accorato appello alle parti, “ad assumere la responsabilità morale di fermare la spirale della violenza prima che diventi una voragine irreparabile!”. Poi la sottolineatura del ruolo fondamentale della diplomazia che, secondo Leone, deve essere ritrovato e promosso per “il bene dei popoli, che anelano a una convivenza pacifica, fondata sulla giustizia”.
Sentirsi popolo, non in modo nazionalistico e aggressivo
All’inizio della Quaresima, nel Mercoledì delle Ceneri, il Papa aveva messo a fuoco il significato edificante di “sentirsi popolo”. Si tratta, diceva, di un sentimento che si esprime “non in modo nazionalistico e aggressivo, ma nella comunione in cui ognuno trova il proprio posto”.
Questo è uno dei fondamenti della pace. Le strategie di potenza militare non danno futuro, rimarcava ancora il Papa l’8 febbraio, futuro che invece risiede nel rispetto e nella fratellanza dei popoli.
E mentre insisteva per la concessione di una tregua olimpica, il Papa tornava a implorare, all’inizio del mese scorso, di “fare tutto il possibile per scongiurare una nuova corsa agli armamenti che minaccia ulteriormente la pace tra le nazioni”. Per un Medio Oriente scosso da “persistenti tensioni” – il riferimento era soprattutto all’Iran e alla Siria – il suo auspicio dell’11 gennaio si traduceva nel coltivare “con pazienza il dialogo e la pace, perseguendo il bene comune dell’intera società”.
Disarmare i discorsi, il mondo non si salva affilando le spade
Alla Messa di inizio 2026, il Successore di Pietro metteva in guardia con parole inequivocabili che “il mondo non si salva affilando le spade”, giudicando, opprimendo, o eliminando i fratelli, ma piuttosto sforzandosi instancabilmente di comprendere, perdonare, liberare e accogliere tutti, senza calcoli e senza paura. Un atteggiamento, quello caldeggiato dal Papa, contrario alle strategie di morte che oggi lo avvolgono, il mondo. “Strategie armate, ammantate di discorsi ipocriti, di proclami ideologici, di falsi motivi religiosi”.
E sull’ipocrisia di certa propaganda di cui la guerra si nutre, il Papa tornava già in occasione del Giubileo della Diplomazia, a metà dicembre, quando affermava: “Disarmiamo i proclami”.
La purificazione di tanti discorsi, osservava Leone, non sta tanto nella loro bellezza e precisione, quanto nella onestà e prudenza che li innerva. Il contrario della mediazione, diceva, non è il silenzio ma l’offesa, che si arma di menzogne, propaganda e ipocrisia.
Le armi uccidono, la mediazione e il dialogo edificano
Dagli attriti tra Thailandia e Cambogia al cuore del continente africano, dalla martoriata Ucraina al Sudan, Nigeria, Congo, Cabo Delgado: l’appello reiterato è sempre quello a far tacere le armi per intraprendere seriamente la via del dialogo. Lo ripeteva nell’atto di congedarsi dal Libano, nell’ambito del suo primo viaggio apostolico: “le armi uccidono, la trattativa, la mediazione e il dialogo edificano”.
“La via dell’ostilità reciproca e della distruzione nell’orrore della guerra – le parole alla Messa celebrata a Beirut, in quel Paese dei Cedri che è tornato a tremare – è stata percorsa troppo a lungo. Occorre educare il cuore alla pace”. La pace non è solo un equilibrio, diceva Leone XIV alle autorità di una nazione dove la pace è “un cantiere sempre aperto”. La pace si costruisce innestandola continuamente sulle istanze di verità e riconciliazione.
La pace, riflesso dell’amicizia con Dio, è sempre possibile
In apprensione per i cristiani perseguitati, nelle zone di conflitto, gli appelli di Papa Leone sono stati di incoraggiamento e speranza anche perché non siano costretti a fuggire dalle loro terre. Si riferiva a loro evocandoli come “semi” di riconciliazione nelle intenzioni di preghiera per il mese di dicembre, per esempio. Cristiani come “profezia” di pace (dal discorso ai vescovi italiani riuniti ad Assisi per l’assemblea generale), cristiani come testimoni di pace (dal libro di Leone XIV La forza del Vangelo. La fede cristiana in 10 parole).
Perché la pace, è ciò che ripete di continuo il Papa, è qualcosa che matura dentro ciascuno: se c’è nell’interiorità, allora può manifestarsi in decisioni e comportamenti. È qualcosa che si forgia frequentando Gesù, maestro di pace.
È qualcosa di tangibile, non utopico, da ancorare a Dio, all’unità tra le Chiese per superare intolleranza, violenza, esclusione. Così, infatti, il Pontefice sottolineava in Turchia, insieme con i leader religiosi che a una voce sola levavano l’universale anelito alla concordia tra popoli e nazioni.
Guai a chi trascina Dio nel prendere parte alle guerre
Un incontro che ricalcava, nei toni, nello stile e nei contenuti, quello al Colosseo dove Leone suggellava con la propria partecipazione l’evento Osare la pace, organizzato dalla Comunità di Sant’Egidio. “Solo la pace è santa. Basta guerre con i loro cumuli di morti, basta!”, furono le sue parole in quella circostanza, utile anche a sgombrare il campo da ogni malintesa concezione della fede: “Guai a chi cerca di trascinare Dio nel prendere parte alle guerre. Dio chiederà conto a chi non ha cercato la pace o ha fomentato conflitti”. Perché, come aveva rammentato alla canonizzazione di Acutis e Frassati, “Dio vuole la pace”.
Liberare i giornalisti imprigionati
Anche la fame si può trasformare in arma di guerra. Lo ha denunciato Papa Leone nella sua visita alla Fao, a metà ottobre, arrivando a dire che questo è vero e proprio “crimine”, un fallimento collettivo. L’appello ai governanti già si era espresso il 21 settembre, nella Messa alla parrocchia di Sant’Anna in Vaticano, quando raccomandava che il denaro non fosse impiegato nelle armi. La preoccupazione del Papa era per una distorsione dei fini che genera una violenza schiacciante per interi popoli, vittime anche di una “spudorata indifferenza”.
E a tenere accesi i riflettori, soprattutto sui cosiddetti conflitti dimenticati, devono continuare ad essere gli operatori dell’informazione i quali, secondo il Papa, hanno bisogno di essere tutelati.
“Fare il giornalista non è mai un crimine, liberare i reporter imprigionati”, diceva il Papa nello stesso mese di ottobre ricevendo in Vaticano i partecipanti alla 39.ma Conferenza dell’Associazione MINDS International, occasione per ricordare il ruolo fondamentale e cruciale di chi racconta sul campo le guerre.
La Santa Sede è a disposizione perché i nemici si incontrino
Ascoltare il grido e guardare i volti dei tanti “travolti dalla ferocia irrazionale di chi senza pietà pianifica morte e distruzione”, affermava invece il Papa nella sua visita al Quirinale dove ribadiva l’importanza del multilateralismo per la risoluzione dei conflitti. A ottant’anni dai bombardamenti atomici su Hiroshima e Nagasaki, il 6 agosto scorso il Papa pronunciava un duro monito contro la “devastazione” nucleare.
Oggi siamo di fronte a minacce di una portata tale che quelle parole non possono essere archiviate. Bisogna impegnarsi collettivamente, ricordava già a giugno, da poco eletto al Soglio petrino: “Nessuno minacci l’esistenza dell’altro”.
L’impegno della Santa Sede resta più che mai valido: “Perché questa pace si diffonda, io impiegherò ogni sforzo”, era la promessa del neo Papa all’indomani dell’elezione, in occasione del Giubileo delle Chiese Orientali. “La Santa Sede è a disposizione perché i nemici si incontrino e si guardino negli occhi. Col cuore in mano, dico ai responsabili dei popoli: incontriamoci, dialoghiamo, negoziamo!”.



