Il regime degli ayatollah ha risposto con una repressione violenta alle proteste spontanee di migliaia di iraniani che chiedono libertà, diritti e giustizia
Secondo le stime di gruppi per i diritti umani e osservatori esterni, le violenze delle forze di sicurezza hanno causato oltre 2.500 morti accertati e decine di migliaia di arresti, in un contesto segnato da blackout delle comunicazioni e da gravi limitazioni all’accesso delle informazioni, che rendono difficile una verifica indipendente della situazione interna.
La cifra di 12.000 civili uccisi, circolata in alcune fonti del web, resta al momento non verificata e riconducibile a stime molto elevate provenienti da ambienti dell’opposizione o da ricostruzioni giornalistiche parziali, rese complesse dall’assenza di trasparenza del regime.
Ma fermarsi al dibattito sui numeri rischia di perdere di vista il punto centrale: la brutalità della repressione è un fatto incontrovertibile.
Le proteste, inizialmente scaturite da difficoltà economiche e sociali, si sono rapidamente trasformate in una richiesta esplicita di riforma profonda e di superamento dell’attuale struttura di potere. Le autorità hanno risposto con l’uso della forza letale contro civili disarmati, producendo un bilancio di vittime che supera quello di molte altre ondate di protesta degli ultimi anni.
Eppure, dall’esterno, la reazione è debole. Dopo giorni di massacri, la mobilitazione internazionale procede con pigrizia e reticenze. Assistiamo a una solidarietà spesso selettiva, pronta a indignarsi per alcune tragedie e sorprendentemente silenziosa di fronte ad altre. Questa disparità di attenzione – per alcuni popoli sì, per altri no – è una contraddizione morale che dovrebbe interrogarci tutti.
Ma l’ipocrisia più evidente è tutta interna al dibattito politico occidentale, e in particolare alla sinistra. Per Gaza si è assistito a una mobilitazione continua e spettacolare: dalla cosiddetta flottiglia dal forte valore simbolico, alle manifestazioni di piazza, fino allo sciopero nazionale promosso dalla CGIL, fortemente voluto dal suo segretario Landini.
I Cinque Stelle continuano a tacere, senza prendere le distanze da questa linea, mentre le piazze italiane sono state attraversate ripetutamente da cortei pro-palestinesi, spesso affiancati da settori del mondo arabo presente sul territorio nazionale.
Di fronte all’Iran, invece, il silenzio è assordante. Nessuna manifestazione significativa contro il regime degli ayatollah, nessuna mobilitazione paragonabile, nessuna pressione politica visibile. Eppure la situazione iraniana è gravissima e tutt’altro che risolta. Le stesse forze che hanno riempito le piazze altrove sembrano improvvisamente scomparse.
Non solo. Quando alcune manifestazioni hanno degenerato in violenze contro le forze dell’ordine, si è parlato di “gruppi isolati”. Ma non si è vista la stessa sollecitudine nel manifestare solidarietà agli agenti feriti, alcuni anche in modo grave. Anche questo silenzio pesa.
Colpisce infine l’assenza del cosiddetto “popolo delle piazze”: quei settori del mondo arabo in Italia che manifestavano al fianco dei pro-palestinesi risultano oggi invisibili sul fronte iraniano. Un’assenza che solleva interrogativi legittimi e che rafforza la sensazione di una solidarietà guidata più dall’appartenenza ideologica che dalla difesa dei diritti umani.
La difesa dei diritti fondamentali non può essere a geometria variabile. Non può dipendere dal colore politico, dalla convenienza o dall’allineamento ideologico del momento. Qualunque popolo chieda libertà e giustizia merita attenzione, voce e sostegno. Altrimenti non siamo di fronte a impegno civile, ma a pura ipocrisia.
cav. Giuseppe PRETE pres. EUROPEAN CHANCELLOR WOA




