Istat: giù il potere d’acquisto, su la pressione fiscale

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Nel secondo trimestre del 2026 il potere d’acquisto delle famiglie italiane cala. A fronte di un incremento dell’1,4% del deflatore implicito dei consumi, il potere d’acquisto è diminuito dello 0,9% rispetto al trimestre precedente. Lo rileva l’Istat nel Conto trimestrale delle amministrazioni pubbliche, reddito e risparmio delle famiglie e profitti delle società.

Non solo: il reddito disponibile delle famiglie consumatrici è aumentato solo dello 0,4% rispetto al trimestre precedente, mentre i consumi sono cresciuti dell’1,7%.

Insomma: per acquistare beni e servizi necessari, le famiglie sono costrette a intaccare i propri risparmi e infatti la propensione al risparmio è stata pari al 6,7%, in diminuzione di 1,2 punti percentuali rispetto al trimestre precedente.

Ma le brutte notizie non finiscono qui: sempre nel secondo trimestre del 2026 la pressione fiscale è stata pari al 43,5%, in aumento di 0,5 punti percentuali rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

Il boom della pressione fiscale “pesa prevalentemente su lavoratori dipendenti e pensionati”. Così in una nota il segretario confederale della Cgil Christian Ferrari.

“Tra le principali cause dell’incremento – spiega il dirigente sindacale – c’è la ripartenza del drenaggio fiscale, come accade ogni volta che l’inflazione torna a crescere. Tra il 2022 e il 2025, il fiscal drag è costato oltre 30 miliardi di euro ai redditi fissi, e manca ancora l’anno in corso”.

Per Ferrari “si tratta di una situazione non più tollerabile, perché chi vive di salario o di pensione si è già brutalmente impoverito con una perdita pesantissima di potere d’acquisto: non può continuare a pagare tasse non dovute. Va subito neutralizzato il drenaggio fiscale, indicizzando l’Irpef all’inflazione”.

“Non servono a nulla le misure spot. Non si può continuare a tenere i conti in ordine sulle sole spalle di lavoratori e pensionati, mentre – conclude il segretario confederale – si spendono oltre 14 miliardi in armi”.