Nel 2020 partecipò a un convegno organizzato dall’AfD, il partito della destra radicale tedesca, al Bundestag. In seguito spiegò di aver commesso un errore: disse di aver pensato di partecipare a un convegno scientifico e di non aver riconosciuto il simbolo del partito. Si scusò e definì quella partecipazione una propria ingenuità.
Prendiamo per buona la sua spiegazione. E proprio per questo la domanda non dovrebbe essere: «È di destra?». Né dovrebbe diventare un processo alle intenzioni.
La domanda è un’altra: è opportuno che il Ministero della Salute scelga come propria consulente una persona che, da scienziata, nel 2020 accettò l’invito a un evento politico dell’ultradestra tedesca senza accertarsi di chi lo organizzasse?
Per un consulente ministeriale non contano soltanto le competenze scientifiche. Contano anche il giudizio, l’attenzione al contesto, la capacità di valutare chi conferisce legittimità alla propria presenza e l’affidabilità istituzionale.
Un errore può essere riconosciuto e perdonato. Ma quando si ricopre un incarico pubblico, è legittimo chiedersi se quell’errore debba essere irrilevante nella valutazione dell’opportunità di un incarico.
Non si tratta di censurare una scienziata per le sue idee politiche. Si tratta di chiedere quali criteri utilizzi il Ministero della Salute quando sceglie i propri consulenti.
E questa, a mio avviso, è una domanda del tutto legittima.



