La lapidazione digitale: come i social hanno trasformato gli italiani in moralisti da tastiera

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Tra scandali televisivi, dopamina e ipocrisie collettive: perché serve una disintossicazione culturale dal giudizio e dal like

Negli ultimi mesi ho osservato con crescente fastidio una dinamica ormai ricorrente: scandali televisivi che esplodono, programmi che si nutrono di gossip e opinioni, e poi la vera arena, quella dei social network, dove a ogni caso si scatena una sorta di tribunale permanente.

Sui social questa ipocrisia si amplifica. Non conta più capire, verificare o ragionare: conta reagire, puntare il dito, colpire. I social non premiano la verità, premiano l’odio e la velocità.

Ed è così che nascono i famosi “leoni da tastiera”: persone che nella vita reale non direbbero mai una parola fuori posto, ma dietro uno schermo diventano improvvisamente giudici supremi.

A questo si aggiunge un fenomeno che, a mio avviso, è molto più serio di quanto si voglia ammettere: la dipendenza digitale. I like, le notifiche, i commenti creano una sorta di ricompensa mentale che spinge molti a stare continuamente online, a cercare attenzione, a vivere dentro un mondo che non è reale.

Nel frattempo ci si dimentica che fuori dallo schermo ci sono bar, parchi, lavori, relazioni vere, silenzi, fatiche e cose concrete che fanno l’Italia vera.

Tutto questo mi fa riflettere su una cosa semplice: non siamo perfetti, nessuno lo è. E basterebbe ricordare una piccola frase, vecchia di duemila anni, per evitare tante lapidazioni inutili: “Chi è senza peccato scagli la prima pietra.”

Non lo dico per moralismo, ma per misura e rispetto umano. Se davvero applicassimo questo principio, molte discussioni online si chiuderebbero in un minuto.

Da qui nasce la domanda: come se ne esce? Io non credo che servano rivoluzioni impossibili. Servono piccoli passi.

Sul piano individuale, ognuno dovrebbe imparare a contenersi: limitare il tempo sui social, evitare i commenti a caldo, disattivare notifiche che stressano il cervello e ricordarsi che il mondo non finisce dentro uno smartphone.

Sul piano culturale, va riscoperto ciò che abbiamo perso: il dialogo, i caffè al bar, i libri, la lentezza, i rapporti umani non filtrati da un algoritmo.

Sul piano educativo, bisognerebbe spiegare ai giovani (e non solo ai giovani) cosa sono gli algoritmi, come funzionano le fake news, cosa scatena la dipendenza digitale e perché insultare qualcuno online non è libertà, ma fragilità mascherata.

Non esiste una soluzione immediata. Però c’è una consapevolezza da cui possiamo partire: non possiamo continuare a sostituire la vita reale con uno scontro permanente sui social. Non possiamo ridurre un Paese intero a una platea che applaude o fischia a comando.

E qui chiudo con una domanda che pongo prima di tutto a me stesso: ha davvero senso sentirsi leoni sullo schermo, se poi siamo timidi, soli o arrabbiati nella vita reale?

Io penso di no. Penso che la vita vera valga infinitamente di più.

cav. Giuseppe PRETE pres. EUROPEAN CHANCELLOR WOA