La legge della reazione

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Cosa aveva davvero in mente Newton quando formulò il suo terzo principio: “ogni azione produce una reazione uguale e contraria”?

È la domanda che mi rimbalza in testa da giorni, mentre il mondo assume sempre più l’aspetto di un campo di battaglia permanente. Mi chiedo, forse con un filo di ozio intellettuale, se quel principio così solido per la fisica non valga anche altrove. E in particolare per la Storia, quella maestra di vita che citiamo a memoria senza mai ascoltarne davvero le lezioni.

Basta guardarsi intorno per capire che qualcosa non va per il verso giusto. Nel mondo sono attive decine di guerre, inclusa l’ultima, scatenata dall’asse israelo‑americano contro l’Iran, che in poche ore ha trascinato nel fuoco buona parte del Medio Oriente. I trattati internazionali vengono violati con disinvoltura.

La diplomazia è stata sostituita da una teatralità muscolare: conferenze stampa aggressive, linguaggio violento, ritorsioni pesanti, sanzioni usate come punizioni, veti incrociati che paralizzano le istituzioni multilaterali.

A questo punto la domanda più interessante – quella che ci accompagna da mesi, se non da anni – non è “come siamo arrivati qui”. Ma piuttosto: “perché continuiamo ad arrivare sempre qui”. Nello stesso identico punto, con una regolarità che dovrebbe farci sospettare l’esistenza di una struttura profonda, una legge non scritta ma inesorabile. Un punto che, alla fine, ha sempre lo stesso nome: guerra.

Proviamo a usare il Novecento come laboratorio. Il Trattato di Versailles del 1919, dopo la Prima Guerra Mondiale, è uno degli esperimenti più istruttivi della storia moderna: la prova pratica, certificata dai fatti, che l’umiliazione sistematica di un popolo non lo rende innocuo. Al contrario, lo rende pericoloso in misura direttamente proporzionale all’umiliazione subita. La Germania sconfitta del 1919 non era semplicemente una nazione che aveva perso una guerra.

Era una società ridotta alla fame, costretta a firmare la propria colpa morale nell’infame “clausola di responsabilità della guerra”, privata di territorio, svuotata di quella dignità collettiva che tiene insieme una comunità nazionale.

Gianvito Pipitone