Il vero pericolo di quest’epoca non è soltanto il male che produce, ma la disinvoltura con cui abbiamo imparato a conviverci. La progressiva, silenziosa abolizione dello scandalo
Abbiamo normalizzato l’arroganza, scambiandola per carattere. La prepotenza, chiamandola determinazione.
La volgarità, spacciandola per sincerità. L’ignoranza, celebrandola come spontaneità. La tracotanza, confondendola con l’autorevolezza. Il turpiloquio, elevandolo a linguaggio comune. Abbiamo normalizzato l’insulto come opinione, la menzogna come strategia, la propaganda come verità, la sopraffazione come successo.
Il grido ha sostituito il ragionamento, lo slogan il pensiero, l’apparenza la sostanza, la notorietà il merito. Abbiamo smesso di distinguere ciò che è lecito da ciò che è giusto, ciò che è popolare da ciò che è degno, ciò che è possibile da ciò che è umano.
E intanto abbiamo svilito il pudore, deriso la gentilezza, mortificato la competenza, ridicolizzato la misura. Abbiamo trasformato il rispetto in debolezza, l’educazione in ingenuità, la sensibilità in fragilità. Perfino la crudeltà è diventata intrattenimento. La sofferenza uno spettacolo. La guerra una sequenza di immagini da scorrere con un dito, prima di passare a una pubblicità.
Ma la normalizzazione non rende normale ciò che è aberrante. Lo rende soltanto familiare. È questa la più insidiosa delle sconfitte: non l’improvvisa scomparsa dei valori, ma la lenta anestesia della coscienza. L’abitudine che corrode il giudizio. L’indifferenza che prende il posto dell’indignazione. Una civiltà non decade soltanto quando smarrisce la bellezza, l’etica, il gusto, la cultura. Decade quando smette di sentirne la mancanza.
Perché il contrario della barbarie non è il progresso tecnologico. È la coscienza. E forse la domanda più terribile che dovremmo porci non è come siamo arrivati fin qui. È quanto ancora siamo disposti ad accettare, prima di non essere più capaci di riconoscere ciò che siamo diventati. Lo stupido è chi lo stupido fa.
F.Gump



