La tv è ferma a Garlasco

0
6

Appena sento la parola Garlasco cambio canale. Per mesi interi la tv si è avvitata su un tema e un delitto e su tutte le sue sfumature, indizi, pieghe, chiacchiere e distinguo, come se fosse la chiave di tutti gli avvenimenti e i misteri, della vita e della morte, della giustizia e della miseria umana.

Naturalmente Garlasco è solo un esempio di cronaca diventata cronica, perché si ripete all’infinito. Lo stesso successe per anni con Avetrana o con Cogne, solo per citare un paio di precedenti geo-maniacali.

La tregua di questi ultimi giorni è dovuta all’irrompere di altri tragici fatti di cronaca, come la strage di Crans-Montana. Ci sono paesi, a volte sconosciuti, che nel loro piccolo diventano capitali dell’orrore, macabre località rituali dove si ritiene che il Demonio faccia il sindaco.

Ci sono poveri diavoli che vengono elevati a rappresentazione cosmica del Male, e invece sono solo dei poveracci, anche se assassini, meritevoli di carcere e di oblio. A volte compiono quaranta, cinquant’anni alcuni delitti che riaffiorano ciclicamente come se fossero tappe storiche: Emanuela Orlandi o Simonetta Cesaroni, immagini che rivediamo da quando eravamo ragazzi.

Si aspettano gli anniversari di certi fatti di cronaca per riparlarne ancora e si pescano per la ricorrenza nuovi particolari per montare il solito teatrino annunciando svolte e colpi di scena nelle indagini.

Ci campano programmi tv, si eccitano visibilmente alcuni conduttori o quantomeno fingono per eccitare a loro volta i loro narco-spettatori; arrivano i soliti psico-esperti, sfilano i testimoni e gli avvocati, fanno tappezzeria i guardoni a tempo indeterminato.

Ma c’è gente che li vede quei polpettoni riscaldati, che ancora vede e rivede quelle ossessioni monomaniacali di cronaca, che non ha di meglio da fare, da vedere, da sentire che piccole variazioni intorno allo stesso tema? Evidentemente si, altrimenti non si farebbero.

Dai, dicono i normalizzatori, succedeva pure con i cantastorie nelle piazze d’una volta, non è una novità, raccontavano sempre gli stessi delitti e la gente accorreva.

Sarà. Quei programmi li vede passivamente, assiste come si assiste a una messa, un rito collettivo e consuetudinario, salvo una minoranza più accanita e morbosa; c’è chi ama la ripetizione, dà sicurezza e la sensazione di essere già informati sull’argomento; c’è familiarità con la routine criminale.

Eppure ogni giorno la vita sforna nuovi mostri e nuovi delitti, freschi di sangue, ma solo pochissimi diventano saghe, cerimonie rituali, tormentoni, gli altri no, passano inosservati; ce ne sarebbero a centinaia, di cruenti e ben contorti, ci sarebbe l’imbarazzo della scelta e la varietà fantasiosa delle tipologie criminali.

Perché questi corsi intensivi solo su uno, due, tre casi? Cosa li rende Racconto Collettivo, pantomima nazionale, cos’hanno di più e di peggio di tanti altri efferati assassini, a volte spettacolari, con retroscena romanzeschi e intrecci ben più gustosi?

Marcello Veneziani