C’è un dato, nel più recente rapporto Svimez, che dovrebbe farci prima riflettere e subito dopo saltare dalla sedia: dal 2002 al 2024 quasi 350.000 laureati under 35 hanno lasciato il Mezzogiorno, e la perdita netta – al netto dei rientri – è di 270.000 unità.
La Sicilia, insieme alla Campania, è tra i principali contributori di questa fuga. Non è una novità, certo: succede dal dopoguerra, con il picco di disperazione toccato tra il 1958 e il 1973, quando milioni di meridionali a bassa scolarizzazione emigrarono verso Germania, Svizzera, Belgio, Francia e naturalmente i grandi centri del Nord Italia.
Dopo il 1975 l’emigrazione non scompare, ma cambia forma: più qualificata, più individuale e meno di massa. È ancora questo il trend attuale, stabile da cinquant’anni. Da allora, nessun vero miglioramento.
E non partono più solo i ventenni. Partono i trentenni, i quarantenni, e in diversi casi i cinquantenni con famiglia al seguito. È una diaspora trasversale che ci racconta il fallimento su tutta la linea del sistema sud, fatto di melliflue connivenze, facile accontentamento e bisogni mai veramente soddisfatti.
In Sicilia la situazione è particolarmente drammatica: dei laureati che provano a restare, il 32% abbandona la Sicilia entro tre anni dal conseguimento del titolo di studio. Un terzo del totale. Sono quelli che non vogliono più accettare il compromesso al ribasso.
C’è chi invece taglia la testa al toro da subito, tentando una fuga preventiva: parte per studiare e poi non torna più. Nell’anno accademico 2024‑25 quasi 70.000 studenti meridionali – su 521.000 complessivi – frequentano un ateneo del Centro‑Nord, con Sicilia e Campania che da sole generano quasi metà del flusso.
Molti di loro, lo sappiamo già, non torneranno. Perché dovrebbero? Per rientrare in un mercato del lavoro torbido, inquinato dal nero o semplicemente inesistente? In un sistema che non premia, non riconosce e non valorizza le competenze che pure ha contribuito a formare?
Poi c’è la generazione di mezzo, quella che ha provato a rimanere. Avvocati e commercialisti che hanno fatto praticantati infiniti negli studi legali, lavorando gratis come se fosse un onore. Ingegneri e architetti che hanno bussato per anni a porte che si aprivano solo per contratti da 800 euro. Insegnanti che hanno accettato cattedre non pagate nelle scuole paritarie pur di accumulare punteggio. È la generazione del “resisto ancora un anno” e del “prima o poi arriva”.
E invece non arriva mai niente. Così, quando si finisce per averne abbastanza, ecco che a quarant’anni, si parte. Non certo per ambizione ma per sopravvivenza. Perché rimanere e spesso gravare ancora sulle spalle dei genitori, oltre che indegno è pure immorale.
E poi ci sono loro: gli over 60. I “nonni con la valigia”, come li chiama Svimez. Non emigrano per lavoro, ma per ricongiungimento familiare. Seguono figli e nipoti. Interi nuclei che si spostano come negli anni ’60, solo con trolley più leggeri, smartphone e laptop di ultima generazione. Cambiano le valigie ma non la disperazione. Perché quando un sessantenne lascia la propria casa per trasferirsi a centinaia, se non a migliaia di chilometri, non ha niente da festeggiare. È quello che un tempo in sociologia si chiamava “sradicamento culturale”.
Di G. Pipitone



