Un nuovo report del MIT accende un campanello d’allarme sull’uso sempre più pervasivo dell’intelligenza artificiale nell’istruzione.
Il rischio è quello che viene definito “cognitive surrender”: arrendersi alla prima difficoltà e affidarsi immediatamente a un chatbot, evitando quella che viene chiamata “productive struggle”, cioè la fatica necessaria per imparare davvero, sviluppare il ragionamento critico e consolidare la memoria.
Il problema è che un compito svolto meglio non significa necessariamente aver imparato di più.
Secondo quanto riportato dal New York Times, l’uso eccessivo dell’AI può creare una “illusione di apprendimento”: risultati migliori nei compiti, ma una minore capacità di ricordare e di affrontare autonomamente una verifica o un problema.
E c’è anche un altro aspetto: cosa succede alla relazione tra studenti e insegnanti?
Se al posto del confronto con un docente o dello studio insieme ai compagni arriva sempre una risposta automatica, rischiamo di perdere proprio quella dimensione umana che è parte fondamentale dell’educazione.
L’AI non è necessariamente il problema.
Il problema è delegare all’AI anche la fatica di pensare. Per questo alcune università stanno ripensando il modo di valutare gli studenti, privilegiando strumenti come esami orali, lavori di gruppo e portfolio personali, nei quali sia necessario dimostrare di aver realmente compreso ciò che si è studiato.
La tecnologia può essere uno strumento straordinario. Ma imparare significa ancora, inevitabilmente, mettersi alla prova.
La domanda che dovremmo porci non è soltanto: “Quanto può fare l’AI al posto nostro?”
Ma soprattutto: “Cosa rischiamo di smettere di saper fare se lasciamo che lo faccia sempre lei?”
Fonte: Blinder, A. (2026), Universities Sound Warnings About A.I. Even as They Embrace It, The New York Times.



