L’azzardo di Tajani: la Costituzione ci obbliga a essere nel Board di Trump

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«Come potrebbe l’Italia non essere presente dove si costruisce il futuro del Medioriente?», le comunicazioni del ministro degli Esteri Antonio Tajani alla Camera si aprono con una domanda retorica che tende a dimostrare che l’Italia non si può sottrarre al club immobiliare di Trump.

Ma il meglio arriva subito dopo, quando tenta di dimostrare all’aula che la Costituzione italiana, quella che ci vieta di fare parte del Board of Peace di Donald Trump, ci obbligherebbe anzi a partecipare: «L’assenza dell’Italia a un tavolo in cui si discute di pace nel Mediterraneo sarebbe non solo politicamente incomprensibile, ma anche contrario alla lettera e allo spirito dello stesso art. 11 della nostra Costituzione, laddove sancisce il ripudio della guerra come mezzo di risoluzione delle controversie».

La pace in Mo? Va tutto bene

Il ministro non entra nel merito dell’adesione al Board, benché da osservatore, né anticipa chi ci andrà in rappresentanza dell’Italia. Per Tajani la prima fase del Piano di pace americano per Gaza «pur tra ostacoli e tensioni, ha consentito di raggiungere risultati impensabili solo un anno fa: il consolidamento della tregua, che, seppur fragile, regge da oltre 120 giorni; il ritorno di tutti gli ostaggi in Israele; e il rafforzamento dell’afflusso di aiuti umanitari», «non erano risultati scontati», e per il ministro l’Italia è «in prima fila, grazie alla riconosciuta capacità di parlare con israeliani e palestinesi e con tutti gli interlocutori nella regione».

Ma il core business del discorso deve essere la spiegazione del perché partecipare al Board, se gli altri paesi europei hanno deciso di non farlo (tranne l’Ungheria).

La spiegazione non arriva: lo status di osservatore, offerto da Trump e scelto dal governo è «certamente una soluzione equilibrata e rispettosa dei nostri vincoli costituzionali».

Daniela Preziosi