Il messaggio ai naviganti, a volerlo capire, c’è stato. Forte e chiaro. Ed ora è ben difficile ignorarlo. Ci ha pensato il presidente della Corte costituzionale, Giovanni Amoroso, nel corso della conferenza stampa di qualche giorno fa, parlando di leggi elettorali.
Discorso che vale per quelle del passato come per quella in discussione in queste ore.
Il presidente Amoroso ha infatti citato le due sentenze con cui la Consulta nel 2004 demolì il Porcellum, di Roberto Calderoli, e poi nel 2017 inibì in via preventiva l’Italicum, a firma di Matteo Renzi. «Nella prima sentenza del 2004 – ha detto – ma direi forse ancor di più nella seconda sentenza del 2017, sono affermati dei principi che riguardano sia il premio di maggioranza, sia l’eventuale ballottaggio, sia le candidature a liste bloccate».
Tre paletti che il Parlamento non potrà ignorare, pena una sicura nuova bocciatura. «Sono quelli i principi che la Corte ha affermato e che quindi non potranno non costituire riferimento per la valutazione di una nuova legge elettorale», ha concluso.
Ebbene, quasi dieci anni sono trascorsi dall’ultima pronuncia, i giudici costituzionali sono tutti cambiati nel frattempo, ma il presidente Amoroso ha avvertito: quei capisaldi non si abbandonano.
Ha anche fatto capire, nell’intervista che apre l’Annuario 2026, che c’è particolare attenzione ai possibili effetti distorsivi di ogni eventuale nuova legge elettorale. Si riferiva all’Italicum, la legge elettorale che non fu mai applicata proprio perché bocciata in un ricorso preventivo. La legge fu dichiarata incostituzionale nella parte sul turno di ballottaggio. «Perché mancava la previsione di una soglia minima di voti ottenuta al primo turno.
Una lista poteva accedere al turno di ballottaggio anche avendo conseguito al primo turno un consenso esiguo e ciò nonostante ottenere il premio, vedendo in ipotesi notevolmente incrementato il numero di seggi rispetto a quelli che avrebbe conseguito sulla base dei voti ottenuti al primo turno».
Occhio ai paletti della Corte costituzionale, dunque. Il legislatore deve sapere che non c’è soltanto un limite per il premio di maggioranza, su cui la sentenza del 2017 è stata particolarmente chiara (è ammissibile un premio di maggioranza per una coalizione che abbia raggiunto almeno il 40% dei voti, consegnandogli al massimo il 55% dei seggi). La Corte ha fissato anche un secondo principio, vietando le lunghe liste bloccate, perché va restituita all’elettore la possibilità di scegliersi quale eletto vuole.
«Il parametro non è aritmetico», spiega il costituzionalista Stefano Ceccanti, ex parlamentare del Pd, entrato però in rotta di collisione con il suo partito sul referendum appena celebrato perché spingeva per il Sì. «Mentre sul premio hanno disposto il parametro chiaro, i giudici costituzionali non hanno messo un numero “magico” sulle liste bloccate. Hanno solo detto al legislatore: non devi fare liste bloccate troppo lunghe».
Francesco Grignetti



