La coincidenza temporale quasi perfetta tra le polemiche seguite al corteo di Torino del 31 gennaio scorso e la pubblicazione dei dati Inail relativi alle denunce di infortuni e malattie professionali del 2025, ha certamente contribuito a rimuovere dalle cronache giornalistiche e dai commenti politici la certificazione dell’ennesima, infinita, strage di lavoratrici e lavoratori che si consuma ogni anno in Italia.
Non può essere quindi considerato una provocazione, il constatare come siano bastati qualche danneggiamento e il ferimento di un poliziotto (sicuramente non un tentato omicidio!), per far esplodere tutto il mondo politico e alimentare il livore repressivo della destra postfascista di governo, che ha colto immediatamente l’occasione per l’ennesima immotivata decretazione d’urgenza, mentre non sono stati sufficienti 1.093 morti sul lavoro e 600.000 infortuni denunciati nello scorso anno, per far abbozzare un seppur timido commento di sdegno o preoccupazione.
«Nulla di nuovo sul fronte occidentale», si potrebbe amaramente commentare. Del resto, in estrema e quasi banale sintesi: che cos’è il capitalismo se non lo sfruttamento della maggioranza di essere umani, costretti a vendere la propria forza lavoro per vivere, da parte di pochi detentori della proprietà dei mezzi di produzione, in nome di un profitto che non guarda in faccia niente e nessuno?
Al più, nel corso di questi ultimi anni, e senza dover rimontare troppo indietro nel tempo, di fronte alle stragi sul lavoro che hanno insanguinato il paese (nel solo 2024 ricordiamo: 16 febbraio cantiere Esselunga di Firenze, 5 morti; 9 aprile centrale Enel di Suviana, 7 morti; 6 maggio fognatura di Casteldaccia, 5 morti; 9 dicembre deposito Eni di Calenzano, 5 morti), si è consumata la solita, inutile e sfacciata retorica. «Incidente», «fatalità», «tragico evento», «inspiegabile disattenzione»… le cronache sono piene di simili espressioni semantiche, indirizzate dolosamente a far percepire e a rendere senso comune e socialmente accettato ogni infortunio e ogni morte sul lavoro, come fosse qualcosa di sostanzialmente fisiologico e inevitabile. O peggio, come derivante dalla responsabilità dei lavoratori che ne sono vittime.



