L’EURO E LA BULGARIA: LA MONETA PIÙ STUPIDA DELLA STORIA

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“La sostanza è che anche la Bulgaria, entrata a far parte della moneta unica soltanto dal primo gennaio, sembra avviata verso un percorso molto simile a quello di altre economie che l’hanno preceduta nell’adesione all’euro e che segue quasi sempre lo stesso copione

Nella prima fase l’ingresso nella moneta unica viene salutato come un successo indiscutibile: il costo della raccolta bancaria si riduce, si spalanca l’accesso diretto alla liquidità della Bce, la fiducia dei mercati finanziari si consolida. Ne consegue un’espansione del credito che si riversa sulla domanda interna, alimentando crescita e consumi, non di rado accompagnata da comportamenti opportunistici di alcuni settori che, al cambio di valuta, approfittano per alzare i prezzi ben oltre la semplice conversione aritmetica.

Si apre così una fase di divergenza tra l’inflazione del Paese entrante e quella media dell’Eurozona, che va costantemente aumentando.

Il Paese, con prezzi sempre più elevati rispetto ai partner commerciali, perde progressivamente competitività: le importazioni crescono, le esportazioni arrancano, il saldo con l’estero peggiora e, con esso, si accumulano più rapidamente passività nei confronti del resto del mondo, passività che a loro volta generano interessi e redditi da pagare all’estero, deteriorando ulteriormente il conto delle partite correnti.

Si arriva quindi, inevitabilmente, al momento della correzione macroeconomica, quello in cui si ripetono le solite formule sul “mettere in ordine i conti” e “fare le riforme”, che nella sostanza significano comprimere la domanda interna, principalmente attraverso un taglio reale dei salari, fino a riportare il saldo con l’estero in attivo e la dinamica dei prezzi in linea con la media della zona euro, se non sotto.

In appena sei mesi di adesione, la Bulgaria ha già accumulato un differenziale di inflazione di un punto percentuale con l’area euro, mentre il saldo delle partite correnti nei primi cinque mesi dell’anno è stato negativo per 4,5 miliardi di euro e la posizione netta sull’estero (la differenza tra attivo e passivo verso il resto del mondo) è peggiorata di 9,6 miliardi negli ultimi dodici mesi. Come detto, non si tratta di un’anomalia bulgara.

La Croazia, entrata nell’euro nel 2023, ha accumulato da allora un differenziale di inflazione di 7,1 punti, il saldo delle partite correnti è stato negativo per circa 4 miliardi negli ultimi dodici mesi e la posizione netta sull’estero è scesa a -29 miliardi dai -23 dell’ingresso. Lo stesso copione hanno seguito i Paesi baltici tra il 2011 e il 2015 e, in precedenza, le economie più fragili della prima ora (Grecia, Spagna, Portogallo, Irlanda e Italia), che hanno accumulato differenziali d’inflazione colmati solo dopo anni di crescita asfittica e compressione salariale.

L’Italia entrò nell’euro con una posizione netta sull’estero negativa per 90 miliardi, arrivata a -355 alla vigilia della crisi del 2011 (oggi è a +351). La Spagna, partita da -248, è arrivata a -1.016 miliardi.

La Grecia da -106 a -222, il Portogallo da -60 a -190. Specularmente la Germania, entrata con un attivo netto di 142 miliardi e capace di mantenere un differenziale di inflazione costantemente inferiore alla media grazie al contenimento della domanda interna e dei salari, ha costruito un attivo netto di quasi 4mila miliardi.

Sul fronte opposto, la Francia, che nel 2011 aveva interessi allineati a quelli tedeschi in quanto creditrice netta dell’Eurozona, è oggi la principale economia debitrice dell’area con un passivo di 885 miliardi.

Verrebbe da chiedersi, a questo punto, perché un’economia debba rinunciare alla propria valuta se l’esperienza insegna quanto sia arduo, quasi impossibile, sfuggire al deterioramento dei conti con l’estero una volta entrati nel club.”

Francesco Lenzi