Dal 1945 l’Europa non è mai stata così vicina al conflitto totale. Il privilegio delle tre generazioni senza guerra ci si rivolta contro. La pace eterna era cassazione condivisa da tutti gli europei. Molto più cogente di qualsiasi trattato. Siamo in tempo per bloccare l’ingranaggio? Certo. Ma sbrighiamoci a indagarlo per metterci le mani e invertire la rotta.
Osserviamo una costante insidiosa: le storie dei cannoni d’agosto (1914) o settembre (1939) tendono a rimare.
Le guerre che da europee degenereranno in mondiali hanno due coprotagoniste – Germania contro Russia – e un campo del sangue che vorrebbe qualificarsi indipendente: l’Ucraina. Fra loro una nazione dalle fasi lunari, la Polonia oggi ascendente ma sempre inquieta circa le intenzioni di entrambi gli imperi limitrofi. Il russo, eterna nemesi, ma anche il tedesco, solo sedato secondo il presidente Nawrocki. Né a Varsavia si adorano gli ucraini, accusati di poggiare su gli uni o gli altri secondo opportunità.
Scrive lo storico britannico Dominic Lieven nel suo capolavoro su “La fine della Russia zarista”: «Senza l’Ucraina, la sua popolazione, industria e agricoltura, la Russia del primo Novecento non sarebbe più stata una grande potenza. In questo caso, tutto lasciava ritenere probabile che la Germania avrebbe dominato l’Europa». Eppoi, entrambe le guerre mondiali «sono cominciate in Europa orientale». Qualcosa ricorda.
Difficile stabilire se Putin, al quinto anno di guerra contro “l’Occidente collettivo”, sia tentato dall’atomica per risolvere una partita abbastanza umiliante. La retorica nucleare dei “falchi” è massaggio alle nostre opinioni pubbliche per vellicarne il pacifismo, o minaccia concreta? Buona la seconda, giurano i tosti à la Karaganov – «lei è un uomo spaventoso» l’ha apostrofato in pubblico Putin, o il di lui inconscio. Fine della ricreazione. Si rompe il tabù. Serve una Bomba segnaletica, “tattica” – su cosa sia ognuno ha le sue idee – contro un paese Nato.
Al centro di questo scenario impazzito sta la questione tedesca. Chi si rivede! Finché la Germania non si sarà data un passato, noi altri europei non avremo un futuro.
Né vera pace. Il continente delle micro/macro identità incontinenti, incastrate l’una nell’altra come bambole nella matrioska, ospita al suo centro uno spazio indeterminato d’impronta tedesca. Semiconduttore continentale. Sempre provvisorio, contestato, periodicamente insanguinato. Intermezzo tra mondo slavo e latino percorso dal fantasma irrequieto della “Vera” Germania in cerca di identità.
La storia tedesca non passa né si ripete a comando. Sui suoi usi e abusi la Germania ci offre una lezione di metodo. I germanofobi vi attingono selettivamente per demonizzare un paese di formidabile cultura cui applicano un riduttore di potenza. Calibrato sulla doppia catastrofe militare – perdere due guerre mondiali di seguito: un record – e sul senso di colpa da perpetuare all’infinito. Ideologia anti-tedesca cui odiatori professionali attingono secondo necessità.
I romani ricorrevano alla damnatio memoriae: cancellati dalla civitas i nefandi. Nel Novecento lo si è riprovato con la Germania via attribuzione ad personam (Kaiser o Führer) e ad nationem di prima e seconda guerra mondiale. Base su cui coltivare pedagogie umilianti per i tedeschi, tali da suscitare rimozione o ribellione.
Così il passato non passerà mai. Se vogliamo emanciparci da questa psicosi che compromette il futuro della Germania, quindi dell’Europa, dobbiamo storicizzare la parabola tedesca, come tutte le altre. Tutto compreso: luci, ombre, orrori. Riportare alla storia ascoltando tutte le parti significa relativizzare i giudizi assoluti? Certamente sì.
Con ciò si rianima il nazismo o, a casa nostra, il fascismo? Vero l’opposto: ci si abitua a trattarlo per quel che è: participio passato o passato remoto. Controassicurazione rispetto a chi volesse riprodurlo in rima. Educazione a considerare il Bene, identificato con l’Occidente, in tono altrettanto sfumato. E ritrovare il piacere di discutere in libertà. Di studiare prima di sentenziare.
Lucio Caracciolo



