Ma perché i volumi, la composizione e la gestione degli ultimi 15 anni hanno creato squilibri misurabili su sicurezza, welfare, coesione e capacità di integrazione.
Nel 2025 nell’UE vivevano circa 46,7 milioni di persone nate fuori dal blocco (il 10% della popolazione) e 30,6 milioni di cittadini extra-UE (il 7%).
In molte città le quote sono molto più alte. I flussi di richiedenti asilo, pur in calo (circa 800.000 domande nel 2025, 332.000 nel primo semestre 2026), restano consistenti e spesso usati come via per la migrazione economica: il tasso di riconoscimento di primo grado è intorno al 31%.
Il primo nodo è la selezione. L’Europa ha accolto in larga misura persone a bassa istruzione e da aree con valori culturali distanti, mentre i sistemi produttivi avanzati hanno bisogno di competenze.
I rifugiati extra-UE mostrano tassi di occupazione e salari inferiori ai nativi e agli intra-UE; senza integrazione piena il saldo fiscale resta debole o negativo.
Studi su Paesi nordici indicano costi netti lifetime elevati per alcuni profili di richiedenti asilo. In Italia i regolari contribuiscono in modo netto alle casse pubbliche secondo alcune stime, ma hanno redditi medi più bassi, povertà più alta e maggiore ricorso a certe prestazioni assistenziali. Le rimesse sottraggono risorse al circuito interno.
Il secondo nodo è la sicurezza. A livello macro alcuni studi non trovano un nesso strutturale immigrazione-criminalità complessiva. I dati nazionali però mostrano una sovrarappresentazione marcata di alcuni gruppi in reati predatori, violenti e sessuali.
In Italia gli stranieri (circa 9-10% della popolazione) pesano per il 35% circa delle denunce e per il 50-69% di rapine, scippi e furti con destrezza; le violenze sessuali arrivano al 43%. Gli irregolari hanno tassi molto più alti.
In Germania siriani e afghani figurano tra i sospettati di reati violenti con frequenze decine di volte superiori ai tedeschi; analoghe sproporzioni emergono in Francia per certe nazionalità africane.
Questo non vale per tutti gli immigrati (ucraini e europei occidentali spesso sotto-rappresentati), ma il dato è ripetuto in più Paesi.
Il terzo nodo è l’integrazione. Il multiculturalismo senza obblighi chiari di lingua, lavoro e rispetto delle norme ha prodotto enclavi, dipendenza dal welfare e, in alcuni quartieri di Svezia, Francia e Germania, aree di difficile controllo.
Tassi di disoccupazione più alti, rendimento scolastico inferiore e polarizzazione politica sono conseguenze visibili. L’invecchiamento europeo (età mediana oltre 43 anni, fecondità 1,4) rende utile l’immigrazione, ma solo se selezionata e assimilata, altrimenti si aggiunge un carico sui servizi senza risolvere i conti previdenziali.
Un approccio razionale non è “aprire o chiudere”, ma governare.
Serve distinguere nettamente rifugiati (protezione temporanea, verifica rigorosa, rimpatrio quando il Paese d’origine è sicuro) da migranti economici.
Per questi ultimi un sistema a punti sul modello canadese o australiano (età, istruzione, lingua, offerta di lavoro, competenze richieste) permette di coprire i fabbisogni senza saturare alloggi e scuole.
Frontiere esterne credibili, accordi con Paesi di transito e origini, hub di rimpatrio e procedure accelerate per domande infondate riducono gli arrivi irregolari, come già mostrano i cali 2024-2026.
L’integrazione va resa condizionale: corsi obbligatori di lingua ed educazione civica, accesso al welfare legato al lavoro o alla formazione, espulsione rapida per reati gravi.
Il multiculturalismo va sostituito da aspettative chiare di assimilazione alle regole dello Stato di diritto, uguaglianza uomo-donna e laicità.
Infine, le cause di partenza (instabilità, povertà, boom demografico in Africa e Medio Oriente) non si risolvono solo con i respingimenti: servono aiuti mirati, partnership economiche e pressione sui Paesi che non riprendono i propri cittadini.
Parallelamente l’Europa deve affrontare la denatalità interna. Senza selezione, controllo e integrazione esigente, l’immigrazione di massa continua a erodere fiducia e capacità di assorbimento. Con regole chiare può diventare uno strumento, non un problema strutturale.



