L’Italia musicale ha smesso di guardare oltre i propri confini

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Un tempo Sanremo era una vetrina sull’Europa e sul mondo. Da Ramazzotti alla Pausini, da Bocelli ad Il Volo, passando anche per artisti del passato come ad esempio i Ricchi e Poveri o Domenico Modugno.

Da quel palco partivano artisti e canzoni capaci di attraversare confini, lingue e generazioni. L’Italia esportava cantanti, musica e identità culturale, le nostre melodie riempivano radio e palazzetti ben oltre i confini nazionali.

Oggi, troppo spesso, sembra uno specchio rivolto soltanto verso casa nostra. Manca l’ambizione internazionale.

Ci siamo abituati al consenso interno, agli algoritmi nazionali, al successo immediato. E, forse senza accorgercene, siamo diventati un po’ più provinciali. Soddisfatti di piacere a noi stessi, meno interessati a parlare al mondo.

Eppure una cultura che smette di esportare sé stessa finisce inevitabilmente per ripetersi.

Quando ci si accontenta dei propri confini, non è il mondo ad allontanarsi da noi, siamo noi che smettiamo di cercarlo. La musica italiana ha semplicemente smesso di pensarsi grande.