La differenza rispetto al passato sta nei bersagli
Di solito Israele e gli Stati Uniti colpiscono persone e infrastrutture responsabili del conflitto con i nemici esterni, non quelli che uccidono gli iraniani in piazza o li mandano al patibolo nelle carceri.
Oggi gli aerei americani hanno mirato anche all’ufficio della Guida suprema (il vero governo del paese) e al capo della magistratura islamica, il responsabile delle esecuzioni che a gennaio aveva detto ai manifestanti “questa volta non avremo pietà”. Poi si era consumato il peggiore massacro della storia recente.
È la prima volta che il risultato (quantomeno auspicato) sembra sul serio il cambio di regime. Un cambio di regime non significa vedere poi i leader della dissidenza al potere, ma una nuova leadership civile e/o militare che viene dalle file della Repubblica islamica però è stata risparmiata perché considerata meno ostile, meno intransigente e più pragmatica dei leader eliminati con le bombe.
Magari con la promessa a parole di un’assemblea costituente da eleggere a data da destinarsi. Donald Trump ha detto: “Al grande e orgoglioso popolo iraniano dico che l’ora della vostra libertà è vicina. Restate al riparo. Non uscite di casa. Fuori è molto pericoloso. Le bombe cadranno ovunque.
Quando avremo finito, prendete il controllo del vostro governo”. Il presidente degli Stati Uniti sa che le sue bombe non possono togliere i fucili a decine di migliaia di agenti della repressione. E che il popolo che dovrebbe “prendere il controllo del governo” è a mani nude.
Forse spera che i bombardamenti contro gli iraniani che hanno le armi, accompagnati dalla promessa di “assoluta immunità” per chi tradisce il regime, possano portare a diserzioni di massa.
La stratificazione degli apparati di sicurezza in Iran rende più complicato che altrove ottenere questo risultato. È il tema della puntata 917 di Stories



