Memoria e verità storica: quando ricordare significa anche distinguere

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Nel dibattito pubblico italiano esistono temi che richiedono particolare delicatezza, perché toccano il dolore delle famiglie, la memoria nazionale e le ferite ancora aperte della storia

Tra questi vi è certamente quello delle foibe, che appartiene a una pagina tragica del Novecento e che deve essere affrontata senza semplificazioni, senza appropriazioni ideologiche e senza forzature.

A Siculiana, in provincia di Agrigento, è stata inaugurata una lapide che reca incisi 438 nomi, accompagnati dalla dicitura: «Ai siciliani infoibati tra Trieste, Istria e Fiume». Un gesto nato con l’intenzione evidente di restituire memoria a uomini e famiglie segnati da eventi drammatici, e che ha coinvolto istituzioni locali, rappresentanti dello Stato e cittadini in un momento di partecipazione emotiva autentica.

Le immagini della cerimonia raccontano infatti qualcosa che merita rispetto: mani che cercano un cognome, sguardi che si soffermano su una data, una donna anziana che riconosce il nome del padre inciso sulla pietra. In quel momento il monumento non è soltanto bronzo o marmo: diventa legame tra generazioni, memoria privata che incontra la memoria pubblica.

Tuttavia, proprio perché la memoria è cosa seria, essa richiede precisione.

Il termine infoibati indica una precisa modalità di morte e un preciso contesto storico: quello delle uccisioni compiute nelle foibe durante e dopo la fine della Seconda guerra mondiale, soprattutto nei territori di confine orientale. Usarlo indistintamente per tutte le vittime riportate sulla lapide rischia di produrre una semplificazione che la ricerca storica non conferma.

Molti dei nomi incisi, infatti, apparterrebbero a persone che morirono in circostanze differenti: combattimenti, deportazioni, prigionia, attentati o appartenenza a corpi armati della Repubblica Sociale Italiana. Morti che certamente non perdono dignità per questo, né possono essere considerate meno dolorose per i familiari. Ogni morte legata alla guerra conserva il suo peso umano, morale e civile.

Ma proprio per rispetto verso tutte le vittime, le categorie storiche non possono essere sovrapposte senza distinzione.

Dire questo non significa negare il dolore, né entrare in contrapposizione ideologica. Significa riconoscere che la verità storica ha bisogno di nomi precisi, contesti precisi, parole precise. Solo così la memoria resta credibile e condivisibile.

Ho letto con attenzione quanto pubblicato su ** e ne apprezzo il tono: non una polemica sterile, non una demolizione, ma una ricerca rigorosa del significato delle parole e dei fatti. In un tempo in cui spesso la memoria viene piegata alle convenienze politiche, il lavoro di chi approfondisce documenti, confronta fonti e pone domande merita rispetto.

La storia non deve diventare terreno di tifoseria.

Esiste una verità che non appartiene né a una parte né all’altra: appartiene ai fatti. Ed è proprio questa verità bipartisan che dovrebbe guidare ogni iniziativa pubblica, soprattutto quando si scolpiscono nomi nella pietra, perché la pietra resta, e con essa resta il messaggio che consegniamo alle nuove generazioni.

Ricordare è doveroso. Ma ricordare bene è ancora più importante.

La memoria autentica non teme la complessità; al contrario, la accoglie.

Solo così il ricordo diventa davvero patrimonio comune, e non occasione di divisione.

(Alekos Prete – Giuseppe Prete)