MISCELA “AL DUE”

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Mi fa il pieno al due per favore?”

Eri arrivato sudato, stremato, cotto da sole al distributore. In città ce n’erano tanti: spuntavano d’improvviso in strade abitatissime e trafficatissime, in centro, piccole oasi ricavate in uno slargo creato dall’interruzione del marciapiede, due erogatori e un casotto di legno e vetro dove stava lui, la creatura mitologica, il benzinaio sempre annoiato dalla vita dai clienti, giovane ma già vecchio, il volto rugoso prima del tempo, con la salopette d’ordinanza aggredita dalle chiazze d’olio, sul petto il logo della società, Eni, Erg, Esso e tante altre.

Arrivavi ansimando, perchè il serbatoio era sempre vuoto e spesso avevi mal valutato l’entità della riserva, che nel Ciao o nel Si della Piaggio si azionava ruotando una levetta. Credevi che il residuo di carburante sarebbe durato ancora, per raggiungere ancora una volta il mare, o per andare a scuola.

Ma non era così: la riserva era poco più di un’idea, una chimera, un’illusione che moriva d’improvviso, senza annunciarlo, con quel rantolo che soffocava il motore e tu allora, umiliato, eri costretto a spingere quel tastino nero laterale che affidava la vita del tuo motorino soltanto ai pedali e alla forza delle tue gambe.

Chi pedalava sul Ciao si sottoponeva al pubblico ludibrio, agli sguardi di commiserazione: guardalo, ha finito la miscela.

Il “pieno al due” era un ritorno alla vita, il recupero della tua indipendenza e del tuo orgoglio. La miscela al due, azionata da quella meravigliosa leva di acciaio sormontata dal pomello nero, gorgogliava piano dentro il serbatoio, e tu guardavi fisso dentro quella feritoia oscura, aspettando di veder comparire il luccicare dorato del liquido.

E intanto ti inebriavi di quel magico odore, di olio misto a benzina. Allungavi la banconota all’annoiato benzinaio con la salopette, che pigro tornava dentro il suo gabbiotto, al suoi giornaletti inconfessabili. E tu ripartivi verso la giovinezza, con il tuo pieno di miscela “al due”.

Giorgio Billeri