“Chocolate Thunder”. Il soprannome glielo aveva dato Stevie Wonder, e probabilmente nessun nome avrebbe potuto descriverlo meglio. Perché Dawkins era davvero un’esplosione di energia: un uomo di oltre 120 chili capace di volare sopra il ferro e di trasformare ogni schiacciata in uno spettacolo.
In NBA era diventato famoso per la potenza devastante delle sue conclusioni al ferro e per la capacità di trasformare le sue schiacciate in veri e propri eventi.
La “Rim Wrecker”, la “Gorilla”, la “Look Out Below”: non erano semplici schiacciate, erano marchi registrati di un giocatore che aveva capito prima di altri quanto il basket potesse essere anche intrattenimento.
Dawkins era entrato nella NBA direttamente dal liceo, senza passare dal college, aprendo una strada che negli anni successivi sarebbe stata seguita da altri grandi talenti. Aveva vestito le maglie di Philadelphia, New Jersey, Utah e Detroit, costruendosi una reputazione da dominatore del pitturato.
Nel 1989 arrivò in Italia, a Torino, e il pubblico italiano scoprì un giocatore fuori dagli schemi. Al vecchio palazzetto bastava vederlo entrare in campo per capire che non sarebbe stata una serata normale. Spalle a canestro era praticamente immarcabile: forza fisica, tecnica e una sensibilità per il gioco che andava oltre la semplice potenza.
La sua seconda stagione italiana fu straordinaria: oltre 21 punti e 11 rimbalzi di media, con una percentuale al tiro superiore all’80%. Numeri quasi irreali per un giocatore che, oltre alla fisicità, aveva una capacità innata di leggere gli spazi e trovare sempre la soluzione migliore.
Dopo Torino arrivò l’Olimpia Milano. In una squadra alla ricerca del salto definitivo, Dawkins mise ancora una volta la sua firma nelle partite che contavano. Nella semifinale di Coppa dei Campioni contro il Partizan Belgrado, la stessa serie resa famosa dal canestro sulla sirena di Saša Djordjević, chiuse con 21 punti e 19 rimbalzi.
Milano non riuscì a raggiungere la finale, ma la sua prestazione rimase nella memoria.
L’ultima tappa italiana fu Forlì, dove continuò a regalare spettacolo e presenza sotto canestro. In cinque stagioni nel nostro campionato chiuse con una percentuale dal campo dell’81,8%. Un dato che ancora oggi sembra quasi impossibile.
Ma ridurre Darryl Dawkins ai numeri sarebbe un errore. Era il modo di stare in campo, il sorriso, il personaggio, la voglia di divertirsi e far divertire.
Un giocatore che sembrava uscito da un fumetto, arrivato dal futuro per ricordare a tutti che il basket poteva essere anche meraviglia. Il suo tuono, in fondo, non si è mai spento.



