No, anche se l’anticiclone restasse fino a Natale non vivremmo un estate infinita

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Può sembrare strano, ma è una delle regole fondamentali dell’atmosfera e della stagionalità astronomica. Qualcuno si sta lanciando in titoli come “A dicembre farà caldo come in estate”, evidentemente deve tornare a studiare Scienze della Terra alle scuole elementari.

Immaginiamo uno scenario estremo con alta pressione bloccata sull’Italia per mesi, poche piogge, poca neve e aria molto mite anche in quota. Per esempio una +20°C a 850 hPa, cioè circa 1500 metri di altezza, costante. Sarebbe una situazione gravissima e catastrofica per l’acqua, per l’agricoltura, per la neve in montagna, per fiumi, falde e suoli.

Un problema enorme. Ma non significherebbe avere temperature estive fino a dicembre. Con il passare delle settimane, cambia la quantità di energia che arriva dal Sole. Le giornate si accorciano, il Sole si abbassa sull’orizzonte, le notti diventano più lunghe e il terreno ha molte più ore per perdere calore. La stessa massa d’aria molto calda in quota può produrre effetti diversissimi a seconda del periodo dell’anno.

Con una +20°C a 850 hPa, inizio agosto potrebbe significare minime anche di 24-27°C in città o lungo le coste. A metà settembre, con la stessa aria in quota, potremmo essere più facilmente sui 19-23°C, a metà ottobre sui 15-19°C, a metà novembre, in molte pianure e zone interne, anche 8-14°C, a metà dicembre persino 4-10°C. Questo succede perché in autunno e inverno si attiva più facilmente l’inversione termica.

Durante la notte il terreno si raffredda, raffredda l’aria vicina al suolo e quell’aria fredda, più pesante, resta intrappolata in basso. Sopra, magari a 1000-1500 metri, può esserci aria molto mite ma sotto, in pianura o nelle valli, può fare freddo. Si può avere caldo anomalo in quota e temperature basse al suolo e non è una contraddizione ma è semplicemente fisica.

Lo dico prima che arrivi il controllore della CO2 col fischietto, le emissioni restano il nodo principale del cambiamento climatico. Tuttavia la natura non è passiva davanti al calore ed ha meccanismi di regolazione precisi come il suolo che disperde energia di notte, le inversioni termiche, l’evaporazione, la vegetazione che ombreggia e traspira, l’acqua che assorbe e rilascia calore più lentamente, le brezze che rimescolano l’aria.

Sono processi fisici reali, che possono attenuare gli estremi e rendere un territorio più vivibile. Il problema è che spesso li abbiamo indeboliti. Abbiamo tolto alberi, impermeabilizzato suoli, coperto tutto di asfalto, prosciugato spazi naturali e costruito città che accumulano calore invece di disperderlo.

Rimettere la natura al centro non significa fare retorica verde, significa usare meglio i regolatori naturali che già esistono. Adattare i territori significa anche smettere di combattere la fisica della natura e tornare a lavorare con essa altrimenti finiamo sempre lì con green nei convegni, cemento nelle piazze, alberi che restano nei rendering e cittadini arrostiti alla fermata dell’autobus.

Marco M.M.