La ricetta del decentramento territoriale dei poteri – come pure quella del presidenzialismo – venne giudicata antidemocratica dai padri costituenti, i quali vi ravvisavano il rischio di crescenti diseguaglianze fra i territori
. Una preoccupazione non certo salottiera e che ha ancor più senso se rapportata ai giorni nostri. Secondo uno studio della Funzione Pubblica Cgil di pochi anni fa (2017), infatti, in Lombardia le entrate regionali coprivano il 40% del fabbisogno sanitario, nel Lazio il 37 e in Emilia-Romagna il 35, mentre in Puglia e Campania il 16% e in Calabria e Basilicata soltanto l’8. Inoltre «Un possibile aumento di 0,5 punti dell’addizionale Irpef produce un gettito di 630 milioni in Lombardia, solo di 135 in Campania, di 51 in Calabria e di 19 milioni in Basilicata»1. In questo contesto il Governo Meloni ha pensato bene di promulgare una nuova legge autonomista.
La L. 86/2024 è la nuova disposizione attuativa della Riforma del Titolo V costituzionale, che sancisce l’ingresso dell’autonomia regionale e del federalismo fiscale in Costituzione. Lo scopo della norma, dunque, è la definizione di norme e criteri per la regolazione di quanto già approvato precedentemente in questa (e altre) legge e non, come ci si potrebbe aspettare, la predisposizione di un piano politico ex novo. Di conseguenza bisogna tenere presente che il Governo sta attuando una legge promulgata dal centro-sinistra.
Le principali questioni da affrontare sono tre:
l’incremento delle materie regionalizzabili e le modalità con cui farlo. Una delle novità2 è la possibilità di regionalizzare le materie trasversali3, o anche soltanto degli ambiti specifici di queste, come ad esempio la “tutela della concorrenza economica”;
il Parlamento avrà un potere limitato nella definizione e nella rescissione degli accordi Stato-Regioni
. La contrattazione avverrà sostanzialmente col Governo, in quanto le Camere potranno emettere solamente degli atti di indirizzo non vincolanti sugli schemi (bozze) di accordo, mentre dovranno poi approvarlo o respingerlo direttamente nella sua versione definitiva e non modificabile4;
vi è il rischio di una consistente frammentazione normativa e burocratica. Il trasferimento di poteri agli Enti locali predispone naturalmente la proliferazione di norme ad hoc in luogo di un’unica normativa nazionale e, in generale, la complicazione dei processi amministrativi gestionali. Causa inoltre l’aumento del carico di lavoro per gli Enti locali, già spesso e volentieri pesantemente sotto organico.
Il Governo ha predisposto la semplificazione delle procedure per l’accesso, la gestione e l’utilizzo dei fondi concessi alle Regioni5. Sarà sufficiente? Un piano straordinario di assunzioni per Regioni e Comuni sarebbe quantomai necessario.
Federico Giusti and Emiliano Gentili


