PAROLIN LIQUIDA ELEGANTEMENTE IL BOARD OF PEACE

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“Ci sono punti che lasciano un po’ perplessi”
Così il segretario di Stato Vaticano, Pietro Parolin, liquida il Board of Peace che, nelle intenzioni della Casa Bianca, dovrebbe occuparsi della ricostruzione a Gaza. Le parole di Parolin mantengono il distacco della diplomazia, ma rappresentano una bocciatura impietosa del progetto di Donald Trump.
Nelle ultime ore, il presidente Usa si è comunque scatenato in una serie di giudizi, commenti, minacce – dalla politica globale a quella interna – che indicano una precisa volontà di ridare forza alla sua strategia, in vista delle elezioni di midterm del prossimo novembre.
Non è cosa facile. Travolta dalle polemiche sulla repressione a Minneapolis, si dimette la portavoce del Dipartimento alla Sicurezza Interna, il vertice dell’Ice, Tricia McLaughlin.
Il no del Vaticano al Board of Peace era atteso. Parolin cerca ora di giustificarlo citando “la natura particolare” della Santa Sede rispetto agli altri Stati. Ma le sue dichiarazioni, al termine del bilaterale col governo italiano a Palazzo Borromeo per la celebrazione dei Patti Lateranensi, fa emergere le ragioni della decisione.
Il segretario di Stato vaticano osserva che dovrebbe essere “l’Onu, a livello internazionale, a gestire queste situazioni di crisi”.
E poi parla di “criticità”, che secondo fonti vaticane riguardano la composizione del Board, la dipendenza dalla volontà di Trump, l’assenza di una vera rappresentanza palestinese.
Sono concetti che il 6 febbraio scorso aveva già espresso, in modo molto meno diplomatico, il patriarca latino di Gerusalemme, Pierbattista Pizzaballa, secondo cui il Board of Peace è “un’operazione colonialista, altri decidono per la Palestina”.
Domani ci sarà a Washington la prima riunione del Board. Trump ha spiegato che i suoi membri si sono impegnati a versare 5 miliardi di dollari per la ricostruzione di Gaza, senza però precisare chi.
Sul progetto permangono molte incognite. Non si sa per esempio quali siano i Paesi disponibili a inviare a Gaza i propri militari per stabilizzare la situazione. Sinora, solo l’esercito indonesiano ha promesso ottomila soldati.
Trump ha comunque cercato di dare il senso di una strategia – soprattutto internazionale – che procede per lui coerente e compatta. Parlando a bordo dell’Air Force One è tornato a minacciare Cuba, definita una “nazione fallita” che deve al più presto raggiungere un accordo con gli Usa.
Alla domanda sul possibile uso della forza sull’isola, sul modello di quanto fatto in Venezuela con Nicolás Maduro, Trump ha risposto “non penso sarà necessario”, mostrando quindi di credere che la crisi umanitaria ed economica creata dall’embargo costringerà l’Avana alla resa.
Non sono mancate, da parte del presidente, esternazioni anche sui due negoziati in corso a Ginevra. “L’Ucraina deve sedersi al più presto al tavolo delle trattative”, ha spiegato, esibendo ancora una volta una particolare insofferenza per le posizioni di Volodymyr Zelensky, che sostiene invece di essere disponibile al negoziato. Quanto all’Iran, i toni di Trump sono apparsi più vicini a quelli di un ultimatum che all’attesa per l’apertura di un possibile dialogo: “L’Iran vuole un’intesa. Spero che agisca in modo ragionevole.
Non credo che voglia affrontare le conseguenze del mancato raggiungimento di un accordo”.
Insomma, il presidente Usa dedica buona parte della sua più recente strategia comunicativa alle questioni del riassetto globale sotto l’egida della sua leadership. La cosa dipende anche e soprattutto dalle difficoltà incontrate in politica interna. Sono ancora gli Epstein Files e Minneapolis a creare le polemiche più vivaci. Sono state annunciate le dimissioni di Tricia McLaughlin, portavoce del Dipartimento alla Sicurezza Interna. McLaughlin, in frequenti apparizioni sui media, ha giustificato le tattiche più violente utilizzate dagli agenti dell’Ice a Minneapolis e in altre città americane. Aveva, tra l’altro, definito “terroristi interni” Renée Good e Alex Pretti, prima ancora che partisse un’inchiesta sulle circostanze delle loro morti.
La vertià è che McLaughlin se ne va nel disperato tentativo di salvare la sua capa, Kristi Noem, di cui molti chiedono le dimissioni. Capitolo Epstein Files. In un’intervista alla Bbc, Hillary Clinton ha accusato l’amministrazione di “insabbiamento”. “Fuori tutti i documenti!” chiede l’ex segretaria di Stato, cui Trump ha già risposto, accusandola di connivenza con Epstein e di essere affetta dalla “sindrome di squilibrio anti-Trump”.