Pensioni, governo all’attacco anche sulla previdenza complementare

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La manovra previdenziale approvata dal governo si conferma, anche sul capitolo pensioni, come un intervento confuso, contraddittorio e profondamente iniquo.

Un insieme di norme scritte e riscritte all’ultimo momento, senza alcun confronto con le parti sociali, che finiscono per scaricare ancora una volta il peso della sostenibilità del sistema su lavoratrici e lavoratori.

Questo il giudizio della Cgil: un quadro che segna un arretramento sul piano dei diritti e mette seriamente a rischio l’equilibrio della previdenza complementare, in particolare dei fondi negoziali costruiti attraverso la contrattazione collettiva.

Per la segretaria confederale Lara Ghiglione, “siamo di fronte a una manovra che non solo rinuncia a qualsiasi idea di riforma strutturale del sistema previdenziale, azzerando ogni forma di flessibilità in uscita, ma consolida un modello che costringerà le persone a lavorare più a lungo e ad andare in pensione con assegni più bassi”. Il tutto, aggiunge, “attraverso emendamenti dell’ultima ora che aumentano l’incertezza e colpiscono anche la previdenza complementare, snaturandone il ruolo”.

Il percorso parlamentare è stato caratterizzato da un vero e proprio “balletto” di emendamenti che non ha migliorato l’impianto della manovra, ma ne ha aggravato gli effetti. La cancellazione o il ridimensionamento degli strumenti di flessibilità in uscita – come quota 103 e opzione donna – i tagli ai lavoratori precoci e usuranti, la conferma dell’adeguamento automatico dei requisiti alla speranza di vita e l’assenza di una pensione contributiva di garanzia delineano un quadro chiaro: nessuna riforma, solo interventi disorganici e regressivi.

Previdenza complementare: solo propaganda

In questo contesto, anche la previdenza complementare viene utilizzata in modo improprio, ora come leva propagandistica, ora come terreno di sperimentazione di misure che nulla hanno a che vedere con il rafforzamento delle tutele previdenziali.

Le norme inserite nel maxi-emendamento, infatti, non rispondono a una strategia di lungo periodo, ma appaiono funzionali esclusivamente a reperire risorse da destinare ad altri capitoli di spesa, utilizzando la previdenza complementare come serbatoio finanziario e scaricando le conseguenze sulle lavoratrici e sui lavoratori.