Per difendere la Pittura, Galilei non ricorse né al gusto personale né alla retorica artistica

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Applicò, come sempre, il rigore dell’analisi scientifica
Fu il primo a distinguere in modo chiaro tra due diversi tipi di percezione: quella tattile e quella visiva. Il rilievo tridimensionale della scultura inganna il tatto; il rilievo bidimensionale della pittura inganna la vista.
Ma questi due inganni non sono equivalenti. L’inganno del tatto ha un limite evidente: nessuno, passando la mano su una statua, crederà mai di trovarsi davanti a un essere vivente.
L’inganno della vista, invece, può essere totale. Un dipinto può restituire l’illusione della vita, del movimento, della presenza.
Per questo Galilei attribuiva alla pittura una potenza espressiva straordinaria, non inferiore — e in certi casi superiore — a quella della scultura. Il numero di dimensioni geometriche non ha alcun legame
con la forza emotiva di un’opera: due dimensioni possono comunicare quanto, e talvolta più, di tre.
È una riflessione che anticipa di secoli la distinzione moderna tra valori ottici e valori tattili e che mostra come, anche nell’arte, Galilei cercasse sempre la logica profonda della Natura.
E non si fermò alla teoria: escogitò persino un esperimento decisivo per mettere a confronto Pittura e Scultura.