Quando “Il Trota” guidò la nazionale padana contro il Regno delle Due Sicilie

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Torno sulla fantasmagorica stagione politica e umana di Umberto Bossi.

Avrei un aneddoto, un piccolo ricordo che, credo, può aiutare a comprendere meglio anche certi aspetti di quella sua Lega, visionaria e pragmatica, ruvida e romantica, mediaticamente sempre di grandioso fascino: e non solo quando se ne stavano lì a Pontida ad armeggiare con le ampolle, ma persino se decidevano di andare oltre, di spostarsi. Finendo magari a Gozo, un isolotto dell’arcipelago maltese.

Vi sbarco al tramonto del 4 giugno 2010. Il tempo di passare in albergo a lasciare la sacca e poi subito su un taxi tutto ammaccato, di corsa verso uno stadio spazzato dal vento, un campaccio di sabbia e ciuffi d’erba, dove la nazionale della Padania sta giocando contro il Regno delle Due Sicilie, nella semifinale dei campionati del mondo di calcio riservati ai “Popoli senza nazione”.

Il primo tempo si chiude sullo zero a zero. Nell’intervallo scendo dalla tribuna e mi dirigo verso gli spogliatoi, in cui si sta infilando Renzo Bossi, il figlio prediletto dell’Umberto, il mitico “Trota”, come ci aveva suggerito di chiamarlo il padre, che detestava la metafora dei delfini. Il Trota funge da team manager della nazionale padana. Ha lo sguardo torvo.

La porta è rimasta socchiusa. Sbircio, lo vedo mentre urla e gesticola: «Allora: forse non ci siamo capiti! La sconfitta, qui, non è prevista!». Seduti, le casacche verdi zuppe di sudore, i suoi calciatori lo ascoltano mortificati. Giocano quasi tutti, con modesta fortuna, in serie C. Ragazzotti di Brescia, Rovigo, Novara, che trattano con riverenza Maurizio Ganz, ex attaccante di Atalanta, Inter, Milan: è lui il divo di questa personale nazionale del Senatur.

Il quotidiano La Padania racconta, con ironia, che i borbonici arrivano da Caserta, Nola, Sezze, e sono guidati da un ex generale della Folgore che detesta Garibaldi. Riflessione politica del Trota: «Vogliamo l’indipendenza della Padania. Il calcio può aiutarci a veicolare storia e tradizione».

La Padania ha poi vinto 2 a 0, il piccolo Bossi s’è messo al telefono. Con chi? «Ho raccontato tutto a mio padre. Dice che vorrebbe venire ad assistere alla finale contro il Kurdistan, ma purtroppo deve restare a Milano per presenziare a un’altra finale: quella di Miss Padania». A ripensarci: che storie pazzesche, no?

Fabrizio Roncone