C’è una soglia che non dovrebbe mai essere superata
È la soglia che separa la critica politica dalla delegittimazione personale, la denuncia dalla discriminazione, l’indignazione dall’odio mascherato da virtù.
Leggere un assessore affermare pubblicamente “non sei il benvenuto a Firenze” rivolto a un calciatore israeliano di 26 anni è qualcosa che inquieta profondamente. Non per il calcio, ma per il principio che introduce.
Criticare Netanyahu è legittimo. Contestare le sue politiche è doveroso. Denunciare la tragedia umanitaria di Gaza è un atto di coscienza. Ma colpire una persona per la sua nazionalità, attribuendole una colpa politica presunta, è tutt’altra cosa.
Qui non si giudica un’azione, ma un’appartenenza. Non si discutono responsabilità individuali, ma si emette una sentenza simbolica: tu non sei dei nostri.
Un calciatore non rappresenta un governo. Non firma trattati, non ordina bombardamenti, non decide strategie militari. Pretendere da lui una dichiarazione di conformità ideologica per poter lavorare e vivere serenamente in una città italiana significa scivolare in una logica pericolosa: la colpa per origine.
È una logica che la storia europea conosce bene. E che non ha mai prodotto giustizia. Ancora più grave è che tutto questo provenga da chi ricopre un ruolo istituzionale. Un assessore non è un attivista da social network. Le sue parole non sono uno sfogo: sono un messaggio pubblico, carico di responsabilità.
E un’istituzione che seleziona chi è “benvenuto” in base alla provenienza nazionale tradisce la propria funzione democratica. Lo sport, poi, dovrebbe essere uno spazio di incontro, non un tribunale morale permanente. Trasformarlo in un campo di scontro identitario non avvicina la pace, ma normalizza l’esclusione.
La domanda è semplice e scomoda: se il calciatore fosse stato palestinese, russo, ucraino o iraniano, avremmo letto le stesse parole?
Se la risposta è no, allora non siamo davanti a un principio universale, ma a una indignazione selettiva. La pace non si costruisce scegliendo bersagli sostitutivi.
Non si difendono i civili palestinesi negando dignità ad altri individui.
Non si combatte l’ingiustizia introducendo nuove forme di stigmatizzazione.
Firenze è città di umanesimo, di dialogo, di misura. Dire “non sei il benvenuto” a una persona per ciò che è, e non per ciò che fa, non è degno di questa storia. E non può essere fatto, tantomeno, in nome della pace.
cav. Giuseppe PRETE pres. EUROPEAN CHANCELLOR WOA




