Quando lo Stato entra nella famiglia: il limite sottile tra tutela e imposizione

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La vicenda della cosiddetta famiglia nel bosco apre una riflessione profonda sul rapporto tra istituzioni, magistratura minorile, servizi sociali e libertà educativa delle famiglie.

Quando lo Stato interviene nella vita privata di una famiglia, dovrebbe farlo esclusivamente in presenza di un pericolo concreto, accertato e grave per i minori. È questo il principio che giustifica l’azione dei tribunali minorili: proteggere, non sostituire.

Eppure, osservando quanto sta accadendo, nasce una domanda inevitabile: fino a che punto una scelta educativa non convenzionale può essere considerata motivo sufficiente per separare dei bambini prima dal padre e poi dalla madre?

La decisione di allontanare la madre dai figli, mentre è ancora in corso una valutazione tecnica e psicologica, appare a molti come una misura durissima, che rischia di produrre nei minori un trauma ulteriore rispetto a quello già vissuto.

Colpisce il fatto che il dibattito sembri ruotare non solo attorno alle condizioni materiali di vita, ma anche attorno a un modello culturale implicito: esiste forse un solo modo corretto di essere genitori? Esiste uno standard educativo imposto dall’alto al quale ogni famiglia deve uniformarsi?

Gli assistenti sociali svolgono un compito delicatissimo e spesso difficile, ma proprio per questo dovrebbero mantenere equilibrio, ascolto e prudenza, senza trasformare la relazione educativa in un conflitto di potere. Quando una madre viene descritta come ostile perché esasperata dalla paura di perdere i figli, occorre distinguere attentamente tra disagio emotivo e reale incapacità genitoriale.

Il rischio, altrimenti, è che il sistema perda di vista il cuore della questione: il bambino ha bisogno prima di tutto di legami affettivi stabili, continuità emotiva, presenza familiare.

In un Paese dove troppo spesso assistiamo a minori lasciati soli nelle periferie sociali, tra degrado, abbandono scolastico, microcriminalità e assenza educativa, sorprende che in questo caso l’intervento pubblico assuma toni così radicali verso una famiglia certamente fuori dagli schemi, ma non automaticamente pericolosa.

La tutela dei minori non può trasformarsi in una pedagogia di Stato.

La magistratura minorile ha il dovere di decidere con rigore, ma anche con umiltà, sapendo che ogni provvedimento incide nella carne viva delle persone.

Separare un figlio da una madre è una delle decisioni più gravi che un ordinamento possa assumere. Proprio per questo dovrebbe essere l’ultima strada, non la prima.

Uno Stato forte è uno Stato che protegge senza umiliare, che controlla senza invadere, che aiuta senza sostituirsi all’amore genitoriale.

Perché i bambini non hanno bisogno di ideologie: hanno bisogno di equilibrio, verità e umanità.

cav. Giuseppe PRETE