Quando si pronuncia il nome di Oscar Schmidt viene naturale abbassare un po’ la voce

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Perché le leggende fanno questo effetto: ti mettono rispetto addosso, ti fanno venire i brividi prima ancora dei ricordi.
Oscar nasce a Natal, nel nord-est del Brasile, il 16 febbraio 1958. Figlio di un farmacista della marina, scopre il basket a Brasilia e capisce subito che quella palla arancione sarebbe stata la sua vita. A 15 anni è già in nazionale giovanile. Poco dopo arriva al Palmeiras, dove nel 1979 conquista il Mondiale per club. È solo l’inizio.
Poi c’è l’Italia. Estate 1982: Bogdan Tanjević lo porta a Caserta. Otto stagioni, una Coppa Italia, due finali scudetto, una finale europea epica contro il Real Madrid di Petrovic. Ma soprattutto nasce “Mão Santa”: 236 partite, una media irreale di 34 punti, la maglia 18 ritirata per sempre. Oscar non segnava soltanto: incendiava i palazzetti. Le sue triple erano poesia violenta, un gesto che faceva saltare la gente in piedi prima ancora che la palla entrasse.
Resta lo straniero più prolifico della Serie A, 13.957 punti, sette volte capocannoniere. Con il Brasile diventa monumento: cinque Olimpiadi, record su record, e quella notte del 1987 a Indianapolis, quando segna oltre 40 punti agli Stati Uniti e porta l’oro a casa. Una partita entrata nella storia.
Chiude nel 2003, giocando persino insieme al figlio. In carriera segna 49.703 punti: nessuno come lui.
Il tiro di Oscar è uno di quei gesti che ti fanno innamorare dello sport. Come una rovesciata al novantesimo. Come una schiacciata che spacca il silenzio. Oscar Schmidt non è stato solo un grande realizzatore. È stato emozione pura. Ed è per questo che, ancora oggi, il suo nome pesa come una leggenda. Tanti auguri ad uno dei più grandi visti nel nostro campionato.