Cinque anni senza Riccardo Cioni, il re dei dj. Uno di famiglia, un pezzo della nostra casa, un mattone del nostro muro, la colonna sonora degli anni verdi che se ne andò così, senza un vero perchè, a 66 anni, il 7 gennaio del 2021, quando quel malfattore strisciante e silenzioso chiamato Covid spense per sempre la consolle da noi più amata
Lo chiameremo per sempre disc jockey, Riccardo Cioni, perché quello era e ha fatto per tutta la vita, ma per chi è nato in Toscana tra i Sessanta e i Settanta sarà sempre l’imperatore dei due piatti, il fuoriclasse del mixer, un amico che ha reso migliori le nostre giornate.
Che ci ha permesso di vivere il momento più inebriante della vita con la leggerezza, il sogno, il ritmo, la voglia di volare. Riccardo era semplicemente il dj full time. L’amico consolatorio di tanti pomeriggi alla radio, combattuti tra due passi di danza e i libri di scuola aperti ma poco studiati, ma anche messaggero di cose belle, di conquiste, di amori veri e presunti nella Babele stroboscopica dove il tempo lo scandiva lui, “Il” Cioni. E solo lui.
Guadagnarsi un posto, nella calca, in pista, vicino alla sua postazione era un privilegio. Perchè potevi assistere dal vivo a una dimostrazione unica di virtuosismo, di talento, di capacità di improvvisare in mezzo a una scaletta logica, ferrea.
Riccardo cambiava il pezzo e tu non te ne accorgevi, perché la mixata era perfetta. Partiva sempre creando un’atmosfera elegante, rarefatta: Herp Albert, Africa dei Toto, i ritmi delicati degli Imagination, i suoi amati Earth Wind and Fire, Rod Stewart. Per lui iniziare la serata era come innestare la prima a una fuoriserie, che poi, pezzo dopo pezzo, accelerava senza che tu quasi te ne accorgessi.
Un crescendo rossiniano, anzi cioniano, fatto di scelte musicali “verticali”, ritmo sempre più tambureggiante, cori, effetti speciali. Spettacolo puro, insomma.
Riccardo però ci mise anche qualcosa di suo, di mai visto: lui, quei pezzi, non li metteva sul piatto, ma li cantava, letteralmente. Aveva una voce calda, quasi da singer confidenziale, un talento che aveva scoperto a Livorno, da ragazzino.
Aveva imparato a memoria tutti (tutti…) i pezzi che proponeva in discoteca, e con la voce seguiva il refrain, lo valorizzava, ce lo faceva imparare. Effetto dirompente, soprattutto in radio: la sua fama arrivò presto a Milano, patria dei discografici che contavano. Così nacque anche il Cioni arrangiatore, produttore, interprete, che comparve anche a Discoring e ne fummo tutti sottilmente orgogliosi, come ce l’avesse fatta l’amico di sempre, il parente o il vicino di casa.
Manager dell’evasione, impresario di se stesso come pochi.
Come alla fine degli anni Settanta, quando esplose, improvvisa e incontenibile, la mania delle cassette. Si, quei nastri, le mitologiche C120 (due ore di durata) sulle quali il dj incideva “live” le sue serate.
Dal 1979 al 1983, l’età dell’oro, ne furono realizzate più di venti. E furono subito oggetto di culto, e di commerci più o meno consentiti. Come il Pizzaballa delle figurine c’erano quelle introvabili: “avere “la undici” del Cioni era una sorta di affermazione all’interno del gruppo, una rarità, un Gronchi rosa.
E poi, la domenica, prendevi lo scooter e ti facevi anche 40-50 chilometri, in gruppo, al freddo sulle strade statali o provinciali. Sciami di Ciao e di Bravo in strada per “andare a sentire Riccardo”: il Kursaal, il Concorde, il Green Ship erano i suoi templi, immensi sudari dove il frastuono ti impediva di parlare, ma non di sognare. Si potrebbe raccontare, ancora, che fu lui a portare in Italia i dischi degli Earth Wind and Fire, di Kool and The Gang e di altri gruppi cult della disco music, che grazie a lui le radio private toscane arrivarono a livelli di audience mai raggiunti né prima né dopo, che una volta lo fecero salire nel gabbiotto sul Monte Serra a fare la sua trasmissione perché l’emittente doveva cambiare frequenza e non voleva perdersi nemmeno un giorno.
Una livida mattina di gennaio qualcuno ci disse che la musica, le mixate, la calda voce di Riccardo si erano spente per sempre. La consolle andò in soffitta, insieme con le quattro casse di vinili e alla nostra età spensierata. Tutto finisce. Ma il nostro grazie, quello di una generazione intera, rimane sul piatto come un pezzo funky. Chissà se lui, da lassù, lo potrà mixare.



