Certo “muscolarismo” tra destra e sinistra fa solo del male a una città bellissima ma che sta pagando il prezzo di una crescente marginalità sul piano nazionale dalle cui responsabilità nessuna parte politica può chiamarsi fuori
Le immagini della intollerabile aggressione all’Agente di Polizia e padre di famiglia preso d’assalto da una squadra di incappucciati – alla quale finalmente si iniziano a dare nomi e cognomi – lo scorso sabato sera a Torino, tra la ex sede del centro sociale occupato Askatasuna e il Campus Einaudi, sono al centro di un altrettanto acceso e non di rado virulento dibattito verbale tra poli opposti.
Chi scrive è il primo ad apprezzare la visita della Premier Meloni all’ospedale del capoluogo piemontese per portare la solidarietà delle Istituzioni alle Divise ferite; è anche il primo a valutare in maniera assolutamente favorevole la dissociazione di tutto l’arco costituzionale e parlamentare da ogni episodio di teppismo, vandalismo e violenza fisica che rischiano di accompagnare ogni manifestazione o corteo a più alto tasso di politicizzazione.

Quello che non può più essere tollerato è, invece, quel meccanismo che punta a rincorrere il sensazionalismo verbale più esasperato tra le parti elettoralmente in competizione, sullo sfondo di una Città, Torino, che paga il prezzo maggiore, sul piano nazionale, delle conflittualità derivanti dalla storia antagonista del capoluogo sabaudo, retaggio del suo passato di città fabbrica e di capitale del pensiero anarchico che, sotto la Mole, nasce – è giusto e doveroso ricordarlo – come pensiero di Liberalismo politico contro le varie forme di Stato autoritario di fine Ottocento e inizio Novecento, contro il nazifascismo agli albori ma pure contro il bolscevismo comunista emergente. È tragico che la città di Piero Gobetti, che dello squadrismo fu vittima, abbia vissuto l’episodio dell’aggressione a un ufficiale di Polizia e padre di famiglia, con l’ulteriore danno – e qui vorrei rivolgermi ai miei colleghi giornalisti – di vedere pubblicati su pressoché tutti i giornali le generalità, la città di provenienza e la sede lavorativa. Il diritto alla riservatezza, se vale per i presunti colpevoli di atti vandalici e teppistici, a maggiore ragione deve valere per chi ne è Vittima.

Leggo da alcune fonti giornalistiche che è in arrivo un “decretino sicurezza”, da parte del governo Meloni, che ancora una volta non risolverà nessuno dei problemi emersi prima, durante e dopo il corteo dello scorso sabato. Ricordiamo tutti come è andata a finire con gli effetti pratici del decreto legge che ha introdotto aggravi di pena per gli autori di atti violenti consumati nelle stazioni ferroviarie: questi atti risultano addirittura in aumento, per il semplice fatto che non è stato investito un solo euro del PNRR per ampliare e ammodernare l’edilizia penitenziaria, per stabilizzare i lavoratori amministrativi dei tribunali penali, per digitalizzare le procedure processuali, per finanziare le espulsioni amministrative previste da 24 anni dalla legge Bossi/Fini.
La disciplina dei cortei dovrebbe essere normata al pari di quello che già avviene all’interno degli Stadi calcistici, introducendo precisi elementi di responsabilità oggettiva in capo ai soggetti organizzatori e rafforzando i monitoraggi preventivi che consentono di intercettare con tempestività eventuali infiltrati o disturbatori.

Ricordo che cinquant’anni fa fu possibile sconfiggere la lunga e tragica parentesi terroristico/eversiva con provvedimenti di “solidarietà nazionale” che univano il consenso delle tre grandi famiglie politiche dell’epoca – democristiana, comunista e socialista – e che portarono all’introduzione di misure anche molto restrittive e rigorose, oggi forse impensabili, come i fermi di Polizia fino a 60 ore (cosiddetta legge Reale, dal nome dell’allora Ministro della Giustizia). Soprattutto, i pur accesi dibattiti parlamentari non permettevano il prevalere delle polemiche e delle divisioni come quelle a cui stiamo assistendo in queste ore al momento di pubblicare il presente articolo. Per esempio, la conferenza stampa convocata ieri dal comitato cittadino di Forza Italia, e nella quale è stato chiesto al Sindaco del PD Stefano Lo Russo di espellere Alleanza Verdi Sinistra dalla maggioranza di centrosinistra che amministra il capoluogo sabaudo, sembra più funzionale a preparare la prossima campagna elettorale comunale, alzando il livello della contrapposizione bipolare, che non a cercare le migliori soluzioni per fare uscire definitivamente la città di Torino dalla trappola dell’antagonismo le cui radici sociali e sociologiche sono state ottimamente evidenziate dalla Procuratrice Generale Lucia Musti nel corso dell’inaugurazione dell’anno Giudiziario.

La città di Torino, percorsa da un bipolarismo politico e sociale, alternato a momenti di concordia più affidati a dinamiche personali che non politiche, e che lascia irrisolti e aggravati i nodi della deindustrializzazione, della fuga dei talenti, della mancata integrazione fra centro e periferia e dell’invecchiamento progressivo della popolazione, non può essere la martoriata scenografia di sfondo a una dialettica inconcludente e fine a se stessa. Sarebbe il peggiore epilogo a danno proprio di chi, lungo i decenni e le epoche, ha subìto aggressioni e violenze come cittadino, Servitore dello Stato, persona delle Istituzioni, giornalista e libero pensatore.
AZ






