Riforma costituzionale: la lezione (anche per Elly) che Giorgia non ha capito

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La premier, indebolita dalla vicenda del proprio sottosegretario alla Giustizia, e dal boomerang del “decreto accise” – realizzato tagliando la sanità – ha dichiarato di “accettare” il responso degli elettori (forse avrebbe fatto meglio a dire “recepire”) e che “si andrà avanti”. Ma per fare che cosa?

E alla stessa maniera la campanella suona pure per Elly Schlein, “azionista” di riferimento del campo del centrosinistra: assieme a Conte, e in altra parte a Bonelli e Fratoianni, si intesta, e giustamente per carità, il merito del fallimento del progetto costituzionale redatto da Nordio, Delmastro e Bartolozzi. Però un dato non va sottovalutato: ieri e oggi, il Popolo degli astensionisti, in prevalenza di centrosinistra, è tornato ai seggi sull’onda sia degli scandali in atto ai vertici del ministero della Giustizia, sia della fondamentale cultura “resistenziale” che scatta nella larghissima maggioranza degli elettori progressisti di fronte a modifiche troppo invasive e complesse della Carta costituzionale

Giorgia Meloni dopo la sconfitta politico referendaria 

Tre canzoni mi sono tornate in mente nelle scorse ore: C’è chi dice no, Dubbi no, Noi no, rispettivamente di Vasco Rossi, Mietta e Claudio Baglioni. Riconosco che mi hanno tenuto compagnia nel corso delle ultime settimane. Battute a parte, posso dire questo, da giornalista e da cittadino: quando mio papà, ieri mattina, mi ha detto che, recandosi ai seggi, aveva trovato una lunga fila di votanti e, tra questi, moltissimi che da tempo non partecipavano più ad alcun tipo o livello di consultazione. Il che deve indurci a una prima conclusione: se coloro che non recano più abitualmente alle urne, in quanto non si fidano dei partiti attuali di minoranza o di opposizione, colgono in una elezione uno spunto aggregante forte, allora tornano a votare, il più delle volte con un esito sfavorevole al Governo in carica.

Delmastro e Nordio: i vertici attuali del ministero della giustizia potrebbero essere i primi a dover lasciare il Governo in quanto principali responsabili della sconfitta del governo alle consultazioni appena concluse

Ciò porta a due tipi di considerazioni: la prima, che nessun Esecutivo e nessuna maggioranza numerica parlamentare sono mai maggioranza assoluta nel Paese reale; la seconda, che di fronte a sfide di tipo resistenziale, il lato politico emozionale prevale su quello tecnico e catalizza e mobilita comunità sociali e politiche altrimenti propense a restare a casa. Un dato di cui, dieci anni fa, l’allora Premier Matteo Renzi – oggi infatti convitato di pietra dei vari talk show post elettorali – fu costretto a prendere atto, lasciando palazzo Chigi; ma che, stando alle dichiarazioni della attuale Presidente del Consiglio dei Ministri, sembra non essere stato ancora elaborato appieno da Meloni.

Bonelli, Conte, Fratoianni e Schlein: il campo largo si intesta la vittoria dei No, ma deve elaborare una piattaforma, a partire dal Quirinale e dalla designazione del successore di Mattarella nel 2029, che sappia mobilitare il popolo astensionista allo stesso livello della consultazione referendaria costituzionale

Eppure la Storia è buona consigliera, o dovrebbe esserlo: di fronte a plateali ribaltamenti elettorali, politico amministrativi o referendari, nessun Governo uscente ha saputo reggere l’urto: nel 2000 D’Alema venne sostituito da Giuliano Amato; nel 2005 Berlusconi dovette nominare una compagine ministeriale del tutto nuova; nel 2011 lo stesso Berlusconi passò il testimone a Mario Monti (aveva perso le comunali di Milano e il referendum sull’acqua pubblica); nel 2016, dopo la sconfitta della riforma del titolo secondo della Costituzione, Renzi fece staffetta con Gentiloni. 

Parliamo di coalizioni sia di centrodestra che di centrosinistra che si sono avvicendate nel tempo: quindi è un problema che oggi sta riguardando Meloni, ma che in prospettiva, essendo oramai inevitabile il voto anticipato fra il prossimo autunno e l’inizio del 2027 (Regione Piemonte inclusa, a mio modesto avviso), riguarderà anche colui o colei che le subentrerà a Capo del Governo. Soprattutto in una fase in cui l’eccessiva sudditanza italiana ai diktat statunitensi ha provocato una impennata delle tariffe di tutte le materie prime, con una crisi energetica destinata a tramutarsi in crisi industriale e sociale per cui il nostro Paese potrebbe dover varare una manovra da ottanta miliardi di euro su carburanti e bollette.

AZ